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Giovanni Concini

Giovanni Concini has 10 articles published.

Head of event management, Tedder

UNDER ARMOUR HOVR

Arricchisci di dati la tua corsa

Secondo Wired, entro il 2025 nel mondo ci saranno oltre 50 miliardi di sensori, circa 7 a persona. Uno di questi si trova nella suola destra della mia Under Armour Hovr, una scarpa da running sviluppata da una azienda americana, in commercio dal 2018. Essa è, apparentemente, nella forma e nel prezzo, una scarpa da corsa in linea con quanto già esistente sul mercato, tuttavia nasconde un elemento di novità non da poco: un sensore capace di rivoluzionare l’esperienza della corsa.

Grazie ad un sistema Bluetooth, il sensore è in grado di comunicare un’interessante serie di dati al cellulare con un’accuratezza degna di un Garmin di ultima generazione…

Facciamo un passo alla volta: Under Armour ha deciso di sviluppare internamente un’app di Running, “Map my Run” che, per i non possessori di una scarpa Hovr, presenta le classiche funzioni presenti anche in altre app, come Runtastic o Nike Fuel+. Connettendola a un paio di scapre HOVR si arricchisce però di alcune funzioni inedite, capaci di migliorare la propria consapevolezza riguardo lo stile della corsa, i risultati raggiunti e gli obiettivi prefissati. L’elemento di socializzazione e di gamification della corsa fa da padrone nell’app Mapmyrun: una volta aperta, come prima cosa, appare ben in evidenza un numero: 230, si tratta dei milioni di chilometri di corsa monitorati dall’app fino ad oggi. È inoltre possibile confrontarsi, sfidare e monitorare gli altri utenti che hanno deciso di condividere i propri risultati e percorsi con noi. Sono presenti i “Badge”, vere e proprie “coccarde” che tutti i nostri amici potranno rimirare, conquistate con il raggiungimento di determinati traguardi (connessi a distanza, velocità o resistenza).

Come funziona davvero questo sensore? Durante la corsa, la distanza e la velocità non sono monitorate dal gps, con gli svantaggi ad esso annessi (perdita di precisione nella misurazione o debolezza di potenza del segnale) ma è la nostra scarpa a misurare le principali metriche in qualunque condizione e non necessariamente alla presenza del nostro smarpthone. Anche lasciando il cellulare a casa, la scarpa continuerebbe a monitorare i nostri dati per poi trasmetterli una volta riconnessa ad esso. Under Armour incentiva la corsa “Mobile phone – free” tramite un badge, ottenibile dopo la prima corsa senza smartphone. Inoltre, la tecnologia all’interno del sensore permette di rilevare delle metriche inedite quali la lunghezza delle falcate e il ritmo del passo.

 

L’app non si limita a registrare le rilevazioni ma le analizza e le relaziona al peso e all’altezza del runner per poi offrire, al termine di ciascuna corsa, un report dettagliato in cui confronta le metriche con i valori ideali che permettono di migliorare progressivamente la postura e l’efficienza dello sforzo. L’app inoltre, allenamento dopo allenamento, sarà in grado di dire se sono stati rispettati i suggerimenti precedenti, confrontando i trend e lo storico delle metriche.

Risultato? Oltre 500 chilometri monitorati in poco più di tre mesi e la curiosità, al termine di ogni allenamento, di sviscerare i dati della corsa per continuare a migliorarsi.

COMPRARE SU INSTAGRAM

Una nuova esperienza ibrida di e-commerce. 

La funzione shopping di Instagram è disponibile per gli utenti italiani da circa un paio di mesi. Essa ha come obiettivo quello di appoggiarsi su una solida base di utenti ed influencer che già spesso sponsorizzavano dei prodotti, rimandando però a dei siti interni, per creare una vera e propria sezione e-commerce alla quale accedere quotidianamente.

Ad essa è possibile accedere in due modi:

 – Attraverso un post nel quale sono stati “taggati” gli oggetti presenti in esso.

 – Tramite il menù cerca, in cui è presente una sezione “vetrina”.

La prima modalità risulta molto efficace dal punto di vista dell’awareness. L’utente che ancora non conosce la nuova funzione shopping vedrà, scorrendo i vari post nel feed principale di Instagram, dei piccoli “tag” emergere dalla foto in cui sono presenti oggetti acquistabili  che contengono poche ma importanti informazioni riguardo la marca, il modello ed il prezzo del prodotto. Abbastanza per convincerlo a cliccare.

Il menù “cerca” è invece progettato per l’utente già consapevole: una vera e propria vetrina virtuale in cui vengono raggruppati oggetti potenzialmente interessanti per l’utente a seconda dei brand che segue e della tipologia di post con cui ha interagito.

La parte più interessante avviene una volta scelto l’oggetto al quale siamo interessati. Ciascuno di essi ha una pagina dedicata su Instagram, simile per quanto riguarda il concetto a una pagina Amazon, seppur più scarna di informazioni. La pagina, rigorosamente ottimizzata per mobile, raccoglie diverse foto dell’oggetto e una descrizione tuttavia molto breve. È lasciato poi ampio spazio ad altri prodotti venduti dallo stesso brand, per stimolare fenomeni di cross/up-selling.

La nota negativa arriva una volta che l’utente supera ogni dubbio e si decide ad acquistare il prodotto in questione. Instagram infatti reindirizza ad una pagina esterna di e-commerce, propria del brand che sta vendendo il proprio prodotto su Instagram. Questo porta a delle friction all’acquisto non di poco conto: tempi di attesa prolungati, versione non ottimizzata per mobile e acquisto da un sito potenzialmente sconosciuto scoraggiano l’utente a compiere l’ultimo step, il più importante, di conversione all’acquisto.

Nel complesso l’esperienza di acquisto offerta da Instagram è snella e ben strutturata nelle prime fasi, tuttavia nel futuro sarà necessario un ulteriore passo di implementazione interna per completare con successo la fase di acquisto ed ottimizzare il tasso di conversione.

Giovanni Concini

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1991: NASCE L’AMAZON FLYWEEL

Un viaggio alle origini dell’e-commerce dell’azienda più customer-obsessed al mondo

Nel disegno iniziale del business model di Amazon, la cosiddetta “Flyweel”, disegnata da Jeff Bezos nel 1991, la customer experience è da subito protagonista.

Fonte: Amazon.com

Fornendo difatti al consumatore un’esperienza di acquisto ottimale, egli sarà incentivato a visitare spesso la pagina di Amazon portando traffico. Il traffico a sua volta attrarrà nuovi rivenditori, i quali vorranno vendere su Amazon aumentando la selezione di prodotti disponibili, i quali non faranno altro che migliorare ulteriormente l’esperienza del cliente, sempre alla ricerca di novità. Questo circolo virtuoso genera una crescita costante che, trasformata in investimenti nelle infrastrutture, porterà ad una migliore efficienza, la quale comporta una consegna del prodotto più veloce ed affidabile, che ancora una volta sfocia in un miglioramento dell’esperienza di acquisto del cliente.

Trasportando fuori dalla teoria e dentro la pratica questi concetti, abbiamo visto come negli anni il servizio, perché di esso si tratta, offerto dall’azienda di Seattle sia e stia evolvendo costantemente migliorando l’esperienza d’uso. Questo avviene anche grazie alla visione di lungo termine dell’azienda, la quale investe puntualmente gli utili in attività che portino a tre obiettivi finali: competitività dei prezzi, selezione ed esperienza del cliente.

La competitività dei prezzi viene raggiunta incentivando un meccanismo di competizione interna tra i vari “seller” presenti nel marketplace, i quali sono incentivati a offrire una promessa di consegna veloce ed un tasso di restituzione il più basso possibile. Per farlo, i rivenditori ritenuti più promettenti vengono seguiti gratuitamente dalla figura dell’account manager, uno specialista del marketplace Amazon che li aiuta ad utilizzare tutte le leve possibili per aumentare le vendite e rendere l’esperienza d’uso il più possibile priva di frizioni: spedizione Prime, offerte del giorno, sponsorizzazioni e così via.

Per quanto riguarda il secondo elemento chiave, la velocità promessa per la consegna, penso che tutti i lettori conoscano Amazon Prime: è possibile infatti scegliere di affidarsi alla logistica di Amazon, rendendo l’esperienza d’uso migliore sia da parte del consumatore finale, che riceve i prodotti in un giorno, sia da parte del rivenditore, il quale esternalizza la parte di logistica andando incontro a costi complessivamente minori, una maggiore copertura geografica, maggiore visibilità e di conseguenza vendite dei prodotti del proprio catalogo.

Infine, l’offerta Amazon l’abbiamo vista svilupparsi negli ultimi anni anche a una presenza non più soltanto online. Temporary shop come quello di via Dante a Milano, 4-Stars Shop in cui sperimentare ed osservare i prodotti Amazon con il feedback da parte dei consumatori più elevato, showroom temporanei quale #HouseinaBox durante la design week a Milano, non fanno altro che completare l’esperienza del cliente, magari ancora legato ad un’esperienza di acquisto fisica, ricordando però la vera essenza di Amazon. In tutti questi store non è possibile infatti acquistare alcun prodotto: sono dei veri e proprie showroom in cui avviene l’ultimo passaggio prima della conversione all’acquisto.

Giovanni Concini

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L’EFFETTO WOW

L’esperienza vista da Eataly, raccontata dal Chief Financial Officer Massimiliano Moi.

Appunti dall’intervento di Massimiliano Moi presso l’Università Bocconi del 6 dicembre 2018.

Appena entra in Eataly il cliente non è customer: è guest, ospite”. Così esordisce Massimiliano Moi, Chief Financial Officer di Eataly, apprestandosi a raccontare i principi e il disegno che contraddistinguono la customer experience in Eataly. L’obiettivo di Eataly è quello di passare dal concetto di customer satisfaction a customer admiration. L’ospite va stupito, messo a suo agio, capito e infine servito. Ogni punto vendita è diverso dagli altri per caratteristiche ed esperienze offerte e rispecchia la cultura e la società che lo circonda. A New York vi è un format nuovo, “il pastaio”, in cui il cuoco cucina, interagisce, vende olio, vino e sugo. A Las Vegas l’ospite può invece scegliere dai banchi del mercato quello che preferisce e farselo cucinare da uno chef di Eataly.

Fonte: Pagina Facebook Eataly (https://www.facebook.com/eataly/)

Il cliente target per Eataly non esiste: sono tutti. Per questo è compito dell’azienda creare un luogo ricco di stimoli ed esperienze differenti, così che il cliente, al centro dell’attenzione, possa liberamente combinare, scegliere e creare il proprio mix ideale. Non vi è un’esperienza predefinita disegnata a tavolino, ma è il cliente, o meglio l’ospite, a ridisegnarla ogni volta: un giro nel mercato, un salto in macelleria e un cannolo farcito di crema al momento; un pranzo in pescheria, un caffè in piedi al bar, l’acquisto di una bottiglia di vino per una cena tra amici. Le esperienze immaginabili all’interno di uno store Eataly sono infinite, da vivere da soli oppure in compagnia. L’unico elemento che fa da fil rouge è lo stupore del cliente che, ogni volta che torna a fare visita a Eataly, trova nuovi elementi, prodotti e una nuova configurazione del negozio: l’obiettivo è stupire le persone che entrano e creare l’effetto “WOW”.

Fonte: Sito web di Eataly (www.eataly.net)

Queste caratteristiche erano state chiaramente definite già nel 2002, quando un primo disegno di Eataly lo configurava come “Eat-Shop-Learn” (immagine sopra). Si volevano unire, con gusto, gli elementi di un mercato rionale, spontaneo e attento alla qualità del prodotto, più generi di ristoranti in cui sperimentare diverse cucine e la possibilità di avvicinarsi ancora di più a quanto visto e assaggiato frequentando un corso di cucina. “Make it simple, keep it simple, go for quality”: un circolo virtuoso che si autoalimenta diffondendo cultura, sapori ed apprendimento.

VOLARE È EASY

Easyjet e l’aeroporto di Gatwick innovano per migliorare l’esperienza dei clienti.

A quanti, sottoscritto compreso, è capitato di notare, in fila ai controlli di sicurezza, che il tempo passato in aeroporto tra check in ed imbarco fosse più del tempo passato in volo? In un’epoca in cui i voli commerciali sembrano aver raggiunto la massima efficienza tecnica, lasciando ben poco margine alla riduzione dei tempi di volo, Easyjet sembra aver capito dove si sposterà la competizione: nella riduzione del tempo di attesa in aeroporto. Per la maggior parte dei voli è infatti necessario arrivare almeno un’ora e mezza in aeroporto in anticipo rispetto all’orario previsto della partenza. I sistemi di controllo ed imbarco sono ancora lenti e farraginosi.

Per questo Easyjet sta sperimentando un nuovo metodo di imbarco nell’aeroporto di Londra Gatwick che ho avuto modo di provare. L’idea è semplice: viene completamente automatizzato tutto il processo di imbarco, risparmiano sui tempi e sul personale. Il percorso è diviso in due step. Per prima cosa il passeggero scannerizza il proprio biglietto aereo seguito dal passaporto: questo permette a delle telecamere di effettuare una ricognizione facciale ed accertare l’identità della persona. Una volta poi raggiunto il gate per uscire dall’aeroporto ed entrare nell’aereo, sarà sufficiente scannerizzare nuovamente il proprio biglietto ed accedere al velivolo. Il processo è estremamente fluido ed intuitivo, accompagnato da alcune infografiche che non lasciano margine d’errore. Il miglioramento dell’esperienza è palese e me ne sono accorto ancor di più proprio mentre effettuavo l’imbarco, a pochi metri di distanza, tutti i clienti delle altre compagnie lo svolgevano nel modo tradizionale, vivendo i soliti fraintendimenti tra passeggeri: imbarco prioritario o standard, diversi gruppi di imbarco e controlli manuali uno ad uno dei documenti.

Questa apparentemente semplice iniziativa permette ai clienti di Easyjet di vivere un accorciamento dei tempi di imbarco non indifferente! L’innovazione si inserisce all’interno di un piano di Easyjet molto più ampio volto a ridisegnare l’esperienza del cliente, dal momento della scelta della destinazione fino all’imbarco. È infatti di recente stata attivata un’iniziativa, “Look Book”, che permette attraverso l’app di inserire l’immagine di un paesaggio che ci ha colpiti senza sapere dove fosse situato, ottenere una geolocalizzazione del luogo e delle proposte per raggiungerlo tramite voli Easyjet. Una sorta di “effetto Shazam” che permette anche in questo caso di accorciare le tempistiche di ricerca ed organizzazione del viaggio. Qui sotto un veloce video che spiega questa ulteriore innovazione.

DIESEL: CHI È UN D-CODER?

Un viaggio nel programma fedeltà di Diesel, sempre più ricco con l’avvicinarsi del periodo natalizio.

Il programma fedeltà di Diesel non si limita ad una semplice raccolta punti: mira all’esclusività e unicità del cliente, attraverso iniziative e promozioni dedicate. Innanzitutto, si diventa D-Coders dopo il primo acquisto in negozio, in cui il personale assiste il cliente per la registrazione oppure su propria iniziativa è possibile registrarsi online. Pochi giorni dopo la registrazione non tarda ad arrivare una prima mail a darci il benvenuto, con anche una sorpresa. Qui avviene il primo scambio tra offline ed online: il cliente è infatti invitato in negozio a ritirare un regalo esclusivo, un portachiavi ironico con la scritta “A thought”, un pensiero. Diesel gioca in modo sottile e concretizza il famoso detto “l’importante è il pensiero” in modo per niente banale.

Questa prima mail incuriosisce, e fa capire che essere un D-Coder significa essere più di un normale cliente abituale. Le iniziative riservate infatti sono molteplici: accesso ad eventi internazionali esclusivi, sorprese di compleanno personalizzate, promozioni riservate e la possibilità di acquistare in modo più rapido dallo store online. Diesel privilegia una strategia per attrarre, in occasioni particolari, il cliente nello store, in modo da far conoscere ed apprezzare dal vivo le nuove collezioni, superando la barriera d’incertezza data dall’acquisto online. In negozio sono inoltre numerosi gli elementi di originalità e le iniziative che fanno distinguere il brand dalla concorrenza: a partire dalla collezione Hate Couture, la quale dava la possibilità di personalizzare con un sarto dedicato il proprio capo di abbigliamento, dei gift quali poster e cartoline abbinati all’acquisto, fino agli eventi con influencer dedicati al lancio delle nuove collezioni. Il caso più clamoroso è quello di Fedez per la collezione Hate Couture: anche in questo caso l’azienda ha creato un evento fuori dagli schemi in cui il rapper italiano ha creato dei graffiti sulle vetrine del negozio mentre alle spalle centinaia di persone assistevano alla performance.

Il tutto accompagnato da un efficace organizzazione dello store online. In particolare, durante il periodo Natalizio, Diesel non dimentica di avvisare via mail la clientela della spedizione gratuita garantita entro Natale, del periodo di reso prolungato in caso di ripensamenti o mancato gradimento del dono, ed infine della possibilità di personalizzare la shopping bag ed aggiungerci un biglietto di auguri. Nell’esperienza online vige la semplicità d’acquisto: dalla scelta del prodotto fino al reso, Diesel ci tiene a sottolineare come il soddisfacimento del cliente venga prima di tutto.

Giovanni Concini

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WOOLRICH CONCEPT STORE: 1 ANNO DOPO

Come scrivemmo nel novembre 2017 (clicca qui), il Woolrich Concept Store propone ai visitatori una caratteristica unica a Milano: la “experience room” in cui è possibile provare i capi del brand ad una temperatura di -20 gradi in inverno e +5 d’estate.

All’interno della stanza, accompagnati dal personale dello store, rispetto a quanto notato durante la visita dello scorso anno, è stata inserita una “photo box” con la quale è possibile scattarsi una foto nell’atmosfera glaciale, aggiungendo eventualmente filtri e personalizzazioni. La foto verrà poi stampata all’esterno della stanza nel numero di copie che si desidera e inviata via mail, per rendere ancora più agevole la condivisione social. Questa experience room non è una semplice stanza raffreddata, ma un ambiente vero e proprio, fatto di neve artificiale, suoni e proiezioni. Il cliente si immerge completamente nell’ambiente in cui utilizzerà il capo! Inoltre, si viene accompagnati al suo interno da un addetto che spiega tutte le caratteristiche tecniche del capo che stiamo indossando. In questo modo vengono fatte vivere anticipatamente al cliente, immerso nell’esperienza, le promesse del brand: comfort, durevolezza, resistenza, calore e semplicità.

Un ulteriore elemento caratteristico del brand è quello della tradizione: è infatti presente un intero angolo dedicato ai capi classici, caratterizzati dalla trama quadrettata nera e rossa, tessuti resistenti e rigorosamente naturali. Sembrano posti all’ingresso dello store proprio per invitare il cliente in un percorso evolutivo all’interno del negozio. Addentrandosi, infatti, si incontrano due sale al cui centro sono posizionati capi di abbigliamento meno “impegnativi”, e ai lati di contorno, i classici parka, giacche e bomber. Non sembra chiara una divisione per “stile”: si alternano parka classici a giubbotti corti, dai colori sgargianti o dalle tinte militari. Sembra quindi che il cliente venga invogliato a scoprire e valutare stili diversi, valutando una diversità di capi che magari non avrebbe preso in considerazione.

Senza dubbio l’insieme dello store, dato da interessanti elementi esperienziali ed un intelligente visual merchandising, consente al cliente di vivere un’esperienza a tuttotondo, permettendogli magari di uscire con delle idee e degli acquisti in più, grazie all’organizzazione della merce sopra descritta che facilita momenti di cross-selling. Il tutto per permettere al cliente di vivere le fredde giornate invernali e le future vacanze con stile e comodità.

Giovanni Concini: https://www.linkedin.com/in/giovanni-concini-9a260a108/

UNA VISITA ALLA “CASA DEL MULINO BIANCO”

È tornato nelle piazze italiane il Tour del Mulino: iniziativa pensata dal brand per “far riscoprire alle persone la gioia che solo il cibo ben fatto può dare”

La “Casa del Mulino Bianco” è un progetto che ha avuto inizio il 20 aprile 2018. Consiste in un tour dello stand brandizzato dalla nota fabbrica di biscotti e dolciumi che nell’arco dell’anno toccherà 7 città italiane. Noi abbiamo avuto l’occasione di vivere questa esperienza durante la tappa di Padova. La struttura è molto caratteristica e rimanda chiaramente al simbolo del brand, il mulino.

Si può accedere innanzitutto al percorso espositivo da due ingressi, uno dei quali riservato agli utenti registrati all’App Mulino Bianco che, dopo aver risposto ad un breve questionario sulle proprie preferenze alimentari, possono saltare la lunga fila. Ad entrambe le tipologie di utenti viene fornito un QR code che servirà per tracciare quali delle sei differenti esperienze sono state svolte all’interno della “Casa”.

Una volta entrati notiamo come il pubblico sia giovanissimo: praticamente tutti i protagonisti dell’esperienza sono bambini non oltre i 12 anni accompagnati da genitori. Non mancano le scolaresche. Il brand “Mulino Bianco” articola il proprio percorso in 6 differenti punti, tutti caratterizzati da un’elevata interattività: puzzle, giochi di memoria, attrazioni interattive ed una sala chiusa in cui avviene una proiezione a 360 gradi. Per ultimo viene data la possibilità di disegnare e proporre all’azienda un nuovo prodotto.

 

Il fil rouge che congiunge tutte le diverse attrazioni può essere scomposto in due elementi:

  1. La genuinità e tracciabilità degli ingredienti utilizzati.
  2. L’attenzione ai valori nutrizionali di ciascun prodotto ed al corretto bilanciamento con la dieta di tutti i giorni.

La scelta appare molto calzante, Mulino Bianco si concentra su due tematiche legate esclusivamente alle caratteristiche del prodotto in sé e della filiera, e non vi è alcun riferimento all’immagine o allo storytelling dietro ad un prodotto. È quindi in linea con il piano marketing dell’azienda: scarsa attenzione verso potenziali brand ambassadors e personaggi e focus totale sulla qualità e caratteristiche tecniche del prodotto.

Attraverso questa interessante iniziativa, il brand risulta attrattivo e “cool” agli occhi dei principali clienti, i bambini, ma allo stesso tempo convincente agli occhi dei genitori, perché scegliere Mulino Bianco significa puntare su qualità e salute.

Al termine del percorso, se è stata svolta almeno un’attività e registrata sul proprio QR code, viene data la possibilità di scegliere in omaggio un prodotto Mulino Bianco ed una tovaglietta plastificata, per portare un “follow-up” dell’esperienza anche al di fuori dello spazio espositivo.

L’esperienza nel complesso è positiva ma adatta ad un target di utenza piuttosto ristretto: genitori e figli in età scolare. L’architettura caratteristica ed i costanti richiami alle caratteristiche fondamentali del marchio contribuiscono a rendere l’esperienza assolutamente allineata al significato etimologico della parola brand, una “marchiatura a fuoco”, qualcosa che lascia il segno.

5 RAGAZZI VELOCI ALL’OPERA PER ME

Una visita da Five Guys Milano per scoprire se il brand saprà sorprenderci come avvenuto a Londra

Five Guys è una catena di Fast Casual “velocissimo” che è sbarcata in Italia a inizio settembre a Milano, in corso Vittorio Emanuele.

“Non ci sono congelatori nelle sedi di Five Guys, ma solo frigoriferi”

La value proposition è differenziata rispetto alle tipiche catene fast food come Mc Donald’s, Burger King o Subway. Five Guys infatti si posiziona in una fascia più elevata, promettendo carne sempre fresca, di qualità, e rigorosamente preparata al momento. I colori predominanti dello store sono il rosso ed il bianco, completati dalla completa assenza di divisioni dello spazio. Esso è in completa comunicazione con l’esterno grazie alle ampie vetrate e, cosa ancor più importante, la cucina è completamente alla vista dei clienti. Nonostante l’orario, le 14:30, il luogo è estremamente affollato: nessun posto a sedere libero e lunga coda (ma breve) in attesa del proprio pasto.

Semplicità ed interazione

La formula che Five Guys decide di proporre ai consumatori è molto semplice: poche varianti di hamburger/hot dog, personalizzabili con un’ampia varietà di contorni gratuiti. A scelta del cliente, è possibile accompagnare il proprio pasto con un refill illimitato delle bevande preferite.

Dopo aver effettuato l’ordine alla cassa si viene invitati ad attendere proprio di fronte al luogo della preparazione degli hamburger. Come evidenziato nel libro “Aspettando Starbucks” (clicca qui) Five Guys ha adottato la soluzione della cucina a vista e del totale coinvolgimento dello staff nell’esperienza del cliente. Dietro al bancone sono numerosissimi i ragazzi al lavoro, tutti rigorosamente in tenuta rossa, i quali procedono con un’organizzazione rigorosa e perfetta all’evasione degli ordini. Il tempo medio per ordine è infatti di circa 15 secondi. La breve attesa dà inoltre modo di distrarsi ed osservare due elementi importanti del locale. Appesi alle pareti ci sono infatti dei cartelli riportanti recensioni eccellenti sul locale a cura di testate giornalistiche e riviste, e “pezzi di storia” dell’hamburger, quali immagini ed estratti giornalistici.

Quello che manca invece, rispetto a quanto promesso dal sito web, sono delle indicazioni riguardo la freschezza, la qualità o l’origine degli ingredienti utilizzati. L’unico accenno è una piccola lavagnetta sulla quale viene indicata la provenienza geografica “del giorno” delle patatine.

Una volta terminata l’attesa ci viene servito il cartoccio con il nostro ordine, arricchito di un’ulteriore abbondante manciata di patatine, elemento molto apprezzato nonché inaspettato: questo è il piccolo/grande G.L.U.E. di Five Guys (clicca qui).

Consumando il pasto in loco si ha modo di essere immersi in un ambiente diverso da quello di un classico fast food. Ci colpisce la cura dei dettagli alle pareti e dell’arredamento del negozio, dominato da una montagna di scatole di bagigi poste al centro. Ogni elemento sembra voler insegnare qualcosa sulla “cultura” del panino al consumatore, che si perde nell’osservazione dei dettagli guidato da una forte musica che fa ricordare il tipico pub del film americano.

Giovanni Concini: https://www.linkedin.com/in/giovanni-concini-9a260a108/

MILANO, NUOVO NIKE FLAGSHIP STORE: BELLISSIMO MA…

Muenich, Direttore Nike EMEA South: “Nike Milano è il posto per voi”. Ma un certo “distacco“ (voluto?) dal cliente si respira…

Posizione centrale ed in angolo, così da poter sfruttare due lati con le ampie vetrate per invogliare i potenziali clienti ad entrare. È questo il nuovo Nike Flagship Store, inaugurato questo settembre in Corso Vittorio Emanuele a Milano.

Contrariamente ad altri punti vendita Nike a Milano, quale quello di Piazza Gae Aulenti, il colore dominante di questo store è il bianco: in linea con le grafiche del sito ufficiale.

Ambienti freschi e atmosfera scattante

Esso si sviluppa su tre livelli: uomo, donna ed un interrato dedicato agli sport del calcio e del basket. Appena entrati saltano all’occhio i commessi: rigorosamente con abbigliamento sportivo Nike, giovani ed in forma. I prodotti sono divisi in isole tematiche che conducono il cliente ad esplorare diverse tipologie di capi di abbigliamento, tutti accompagnati da una lunga parete in cui sono esposte le scarpe. Ciò che risalta immediatamente, al pian terreno, è un piccolo cubo trasparente situato al centro del negozio al cui interno è possibile procedere, assistiti dal personale, alla configurazione dei prodotti personalizzati. Un momento in cui creare il proprio prodotto, unico e diverso da tutti gli altri, ed essere al centro dell’attenzione: oltre infatti ad essere seguiti personalmente da due commessi, il cliente appunto si trova nel fulcro del negozio allo stesso tempo isolato dagli altri ma ben visibile: le pareti trasparenti lasciano osservare ogni dettaglio di quanto accade all’interno, invogliando ed incuriosendo il potenziale osservatore.

Bellissimo ma…

Caratteristica comune di tutte le aree del punto vendita, è la quasi totale assenza di immagini evocanti lo sport, oppure qualsiasi indicazione inerente la tecnicità e la qualità dei prodotti in vendita. In questo caso pare che Nike, forte del suo brand, non senta necessario accompagnare il cliente in un viaggio alla scoperta delle diverse manifatture dei prodotti per farlo giungere alla migliore scelta, dopo un’attenta ponderazione. Sembra quasi chiedere al cliente di fidarsi ciecamente della qualità del prodotto rendendo quello estetico l’unico criterio di scelta disponibile. Allo stesso modo il personale non cerca di attrarre ed interagire con il cliente, mostrandosi disponibile nel guidarlo alla ricerca del capo perfetto.

Sembra quasi che Nike voglia comunicare un senso di esclusività, la cui impressione viene ancor più rafforzata se si pensa alla festa di apertura avvenuta il 15 settembre, alla presenza di due “mostri sacri” dello sport quali Andrea Pirlo e Marco Belinelli. Insomma sembra un po’ che Nike abbia voluto creare un concept diverso rispetto agli altri store, leggermente un po’ distaccato dal cliente.

Le parole di Felix Muenich

Impressione che trova un po’ di contrasto nelle parole di Felix Muenich, Direttore Nike EMEA South, il quale ha affermato come “Non ha importanza se vi state allenando per una maratona o per una schiacciata in campo o se siete amanti delle sneakers: Nike Milano è il posto per voi”.

Il primo significato percepito è sicuramente un messaggio di affidabilità del marchio e di certezza di trovare il prodotto giusto per le proprie performance. Tuttavia più in profondità in queste parole si può leggere un potenziale disinteresse del Brand nei confronti della singolarità e unicità dell’individuo che pratica sport. Sembra non importi delle esigenze personali del cliente ma che gli si voglia imporre la superiorità di Nike, indipendentemente da tutto. A tal punto che l’unica possibilità di personalizzazione presente in store si limita alla ad un livello estetico. Prevale la forma in un ambito, lo sport, in cui tutto è dato invece dalla sostanza.


Giovanni Concini

https://www.linkedin.com/in/giovanni-concini-9a260a108/

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