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Mario Sala

Mario Sala has 85 articles published.

Partner di Praxis Management, società di consulenza milanese. Da oltre vent’anni anni è impegnato nel retail dei migliori brand del lifestyle nei settori della moda, del food e del design. L’attenzione crescente per i temi relativi al Cliente ha generato in lui un interesse approfondito sul tema della Customer Experience, che lo ha portato a costituire Italian Customer Intelligence e a sviluppare importanti relazioni internazionali sul tema. Il brand, che raduna partner con diverse competenze, sostiene le aziende a progettare, offrire e portare in tutto il mondo una Customer Experience superiore: in una parola, a entrare davvero “nell’Era del Cliente”. mario.sala@praxismanagement.it

NON DAR NIENTE PER SCONTATO

“Bisogna riscoprire l’ovvio: non è così scontato come pare.”
Pino Caruso, Ho dei pensieri che non condivido, 2009

Non dar niente per scontato, insieme al partire sempre dai dati e alla capacità di avere una visione d’insieme sono le caratteristiche del modo di ragionare delle imprese capaci di innovare in continuazione. Questo “mindset” è stato osservato da Linda Hill e dai suoi ricercatori al termine di dieci anni di ricerche i cui risultati sono stati pubblicati nel testo Collective Genius.

QUAL È “IL” PROBLEMA?

Una domanda, oggi, davvero difficile…

Di questi tempi se chiedo a un imprenditore o a un manager quale sia oggi IL problema della sua impresa fatica a rispondermi.
Diventa invece un fiume in piena se chiedo “I” problemi della sua impresa: me ne cita a decine!
Non è affatto facile, infatti, e specie dopo questo “finimondo’’ cogliere davvero quale sia IL problema.
La difficoltà sta nel fatto che per coglierlo occorre avere ben presente quale è – OGGI – IL vero obiettivo dell’impresa per il quale ci sono inevitabilmente ostacoli, cioè, problemi (la parola problema, che deriva dal greco, significa, appunto, ostacolo).
In verità IL vero obiettivo dell’impresa dovrebbe trovarsi nella sua mission o per lo meno in quel versante della mission che interessa il cliente e che spesso indichiamo come “brand promise”.
È ancora vera e attuale – nello scenario che viviamo e che ci aspetterà – la nostra mission e la promessa che facciamo ai clienti?
Rispondere con decisione di “” significa credere nel futuro della propria impresa, ma questo ancora non è sufficiente!
Quale è LA sfida vincendo la quale – OGGI! – la mission si raggiunge e la promessa al cliente si rinnova nelle modalità e forme che lo convincono ed entusiasmano?
Dire quale sia LA sfida significa indicare – OGGI – quel traguardo ambizioso e decisivo che conduce la nostra impresa verso un significativo progresso o addirittura a una svolta!
Se la risposta invece fosse negativa, ovvero si riconoscesse, che dopo questo “finimondo” la mission della nostra impresa, e la promessa ai clienti che ne deriva, non “tiene” più… beh occorre metterci mano… con tutta l’energia e l’entusiasmo che questa revisione esige!

Ma perché facciamo così fatica a far emergere quindi IL problema e L’obiettivo per cui esso è di ostacolo?

  • Perché è difficile, anzi difficilissimo… le cose facili se le sono portate via gli imprenditori e i manager del passato, ci han lasciato solo le cose difficili e difficilissime: andiamo a caccia di quelle difficili dunque!
  • Perché spesso nelle nostre imprese abbiamo separato il pensiero strategico da quello operativo, creando una divisione fra chi pensa e chi fa. E questa divisione ostacola creatività e innovazione che invece ha bisogno di genio collettivo (clicca qui). Oppure in nome della più ottuse delle scuse (“amo la concretezza”) siamo affogati in vicende esclusivamente operative (“naturalmente importanti e urgenti e non è certo tempo di pensare e filosofeggiare”…)
  • Perché, in passato, abbiamo rimandato di occuparci di tanti segnali di cambiamento che ora, post (speriamo) Covid, han corso così tanto che ce li troviamo davanti, inevitabili e tutti insieme.
  • Perché “paghiamo” una certa chiusura e autoreferenzialità opponendo un muro a tanti stimoli, che basta leggere il giornale alla mattina per rendersene conto. Autoreferenzialità che ha fatto entrare poco più che i nostri pensieri (e quelli di coloro d’accordo con noi) nell’orizzonte delle nostre imprese!

Una verità è invece rimasta immutata: si cresce solo per entusiasmo dei nostri clienti (come risultato dell’entusiasmo di chi lavora con noi e che raggiunge il cliente sotto forma di novità, innovazioni, soluzioni, attenzioni… che lo fanno crollare!)

 

LA FIDUCIA È UNA COSA SERIA

Chi l’ha visto? Alla ricerca dello spot memorabile degli “iperproteici Gerber”

Da bambino dovevo andare a letto dopo Carosello, eccezion fatta per il sabato e il giovedì: potevo star alzato un po’ di più a vedere la televisione. Il sabato, ovviamente, perché la domenica non c’era la scuola e il giovedì perché c’era Rischiatutto. Essendo molto piccolo non sapevo rispondere a nessuna delle domande che Mike Bongiorno poneva ai concorrenti, ma seguivo i miei fratelli più grandi e i miei genitori che facevano a gara per provare a rispondere.

Diventando più grande, i professori e i giornali “illuminati” spiegavano che quella non era cultura ma bieco nozionismo e trattavano Mike Bongiorno come l’esponente più rappresentativo della mediocrità e dell’ignoranza, non perdendo occasione per sottolineare le sue gaffe. L’avrebbero poi osannato, trent’anni dopo, come il numero uno della televisione italiana, quasi identificandolo con essa.

Chi invece lo ha sempre portato su un palmo di mano erano i pubblicitari, perché Mike era indiscutibilmente – e di gran lunga – primo in classifica nei sondaggi sulla fiducia dei consumatori. I prodotti da lui consigliati vendevano straordinariamente di più di quelli proposti da altri testimonial!

“La fiducia è una cosa seria e Galbani vuol dire fiducia” si ascoltava al termine di uno spot memorabile per Carosello. Ho un ricordo assai flebile di una pubblicità di quegli anni, quella degli “Iperproteici Gerber”: un’opera d’arte che ruotava attorno, anche in questo caso, proprio alla fiducia! Forse perché non si potevano permettere il costoso Mike, nello spot in questione la fiducia e l’affidabilità erano date dal camice bianco dell’attore che impersonava – certamente – un medico molto esperto. Ma per pubblicizzare gli “Iperproteici Gerber” la fiducia doveva essere accompagnata da una grande competenza, perché l’operazione pubblicitaria non era affatto facile. Le mamme di allora iniziavano lo svezzamento dei loro bambini molto tardi, mentre gli omogeneizzati venivano promossi a partire dal terzo mese. E davvero da quell’epoca in poi cambiarono le abitudini alimentari dei bambini italiani. Ecco perché, per far cambiare addirittura i fondamenti di allora sullo svezzamento (che innovazione!!!), oltre alla fiducia (il camice bianco) serve anche la competenza (gli occhiali): nessuno avrebbe mai potuto immaginare un medico davvero competente… Senza occhiali!

Alla fine, l’attore della pubblicità faceva la mossa vincente: si tirava via gli occhiali e fissava con sguardo accorato e sincero le mamme in ascolto, parlando direttamente al loro cuore. Toglieva gli occhiali, come per spogliarsi per un attimo della sua competenza, per non ostacolare la sua umanità che desidera il bene dei bambini. Quindi, con una mossa studiata e perfetta, diceva: “…Perché vede, Signora [ovviamente tutte le mamme sono “Signore”!], gli iperproteici Gerber fanno bene al Suo bambino”. Unopera d’arte!

Non ci crederete, ma non ho più trovato questa pubblicità e anche se nel web c’è proprio tutto… questa non l’ho trovata. Così si confondono i ricordi di me bambino con tanti altri memorabili caroselli e pubblicità che hanno fatto storia e forse mischio una cosa con delle altre. Mi piacerebbe davvero, all’interno dello studio che mi appassiona, circa cosa e come davvero entusiasmare il cliente (presto una pubblicazione del nostro magazine proprio sull’entusiasmo) approfondire la dinamica della fiducia senza tralasciare queste pietre miliari per nulla datate, perché colgono aspetti e dinamiche dell’uomo di qualsiasi epoca!

Faccio così un appello ai nostri lettori e lancio una bottiglia nel mare del web con questo bigliettino dentro: “Conosci la pubblicità degli Iperproteici Gerber? Ne sai qualcosa in più? Sapresti ritrovarla? Aiutami… Dammi notizia se puoi! Mi trovi qui: mario.sala@praxismanagement.it”.

Per agevolare il vostro ricordo o la vostra ricerca ho provato nel video qui disponibile a “imitare” l’attore nella sua memorabile performance… non ho il camice bianco, ma gli occhiali sì… e anche la mossetta finale!

Grazie a tutti!

FACCIAMO ASSEMBRAMENTO CON GLI IMPRENDITORI

Per ripartire occorre entusiasmare il cliente, occorre “genio collettivo”

Sono sempre rimasto affascinato dagli imprenditori, da quelli conosciuti in tutto il pianeta fino al fruttivendolo sotto casa.

“L’imprenditore” è un po’ controcorrente rispetto all’aria che tira oggi nella nostra società: non può cedere alla lamentela e al risentimento, non può attardarsi in analisi infinite su di chi sia la colpa delle cose che non vanno perché se intanto non le mette a posto fallisce! Nei “casini” deve trovare sempre il lato costruibile sul quale ricominciare, sotto sotto (anche se non lo vuol dare a vedere) pensa sempre che ce la farà nonostante veda il numero grande di errori che inevitabilmente ed evitabilmente compie, anche gravi. Ha spesso un indomabile spirito costruttivo e appena raggiunge un risultato guarda ancora più in là e, davanti a fallimenti formidabili, è più forte di lui e ci riprova, magari da qualche altra parte!

Sono stati scritti fiumi di inchiostro su “chi glielo faccia fare”, nonostante tutte le difficoltà che oggi si devono affrontare, a tal punto che spesso a questa figura si dà del pazzo.

Di questa “pazzia” oggi più che mai ce ne è bisogno per ripartire: l’imprenditore è un professionista delle ripartenze, sia quelle interiori che quelle che necessitano di ricominciare daccapo nell’azione.

Secondo me l’imprenditore vuole un po’ imitare Dio, facendosi come Lui creatore e credo che Dio lo guardi come un padre guarda un bambino di un anno e mezzo che, imparato a mala pena a camminare, già tenta di tirar su la gambetta per salire sul divano più alto di lui!

Il padre lo guarda e sorride pieno d’orgoglio nonostante l’evidente inadeguatezza rispetto all’impresa da compiere. Anzi è proprio quella sproporzione e inadeguatezza che lo commuove.

Ma il traguardo è troppo attraente e fa scordare al bambino i propri limiti.

Così non si resiste alla tentazione di mettere la mano sotto il piedino del bambino per dargli un punto di appoggio e fargli credere che da solo ha compiuto l’impresa!

In questo modo anche Dio, secondo me, “crolla” di commozione quando vede i nostri tentativi di imitarlo e forse sorride anche quando ci vede impettiti, raggiunto un risultato, a pensare di avercela fatta da soli e senza appoggio.

Oggi gli imprenditori sono chiamati a salire su un divano molto ma molto più alto di loro: devono ridestare entusiasmo nei propri clienti e riconquistarli dopo questa batosta.

È la cosa al contempo più difficile e indispensabile che ci sia, ma le imprese crescono solo per l’entusiasmo dei loro clienti. Però l’entusiasmo, come il coraggio, “uno se non lo ha, non se lo può dare”, ma si trasmette per contagio e, con esso, la voglia di futuro!

Facciamo “assembramento” allora con gli imprenditori e con chiunque abbia una concezione intraprendente del proprio lavoro o della propria professione: sono indispensabili come il vaccino!

Una modalità davvero arguta di “assembrarsi” è quella del “genio collettivo”, studiata nelle imprese che da anni hanno mostrato un grande desiderio di cambiare e una grande capacità di farlo che conquista tutti… fino al cliente!

E’ TEMPO DI PROGETTARE UNA NUOVA CUSTOMER EXPERIENCE

8 Certezze in questo tempo incerto

 

Alla fine dell’emergenza seguirà un periodo di adattamento e, ad esso, “il futuro”.

Obiettivamente fra le migliori agenzie del pianeta che studiano scenari futuri per professione si trovano previsioni contrastanti. Da chi ipotizza, alla scoperta ( o addirittura solo alla notizia ) del vaccino, una stagione di festa e di prosperità frutto del fatto che penseremo tutti di essere tornati immortali (il cosiddetto scenario a V , vertiginosa discesa e rapidissima risalita ) a chi , al polo opposto , prevede che nulla tornerà come prima e che si preparano lunghi anni di distanziamento sociale e emergenze sanitarie , come inevitabile conseguenza di una globalizzazione che non potrà essere contenuta se non nel tempo di almeno una generazione ( il cosiddetto scenario a L ) . Altri ancora, forse la maggioranza, ritengono più plausibile lo scenario a U, ovvero, dopo la rapida caduta, un periodo di depressione e una lenta risalita.

Tuttavia anche costoro, si dividono sulla durata della depressione, sulle sue caratteristiche intrinseche e sulle differenze geografiche e dei vari mercati che avrebbero una qualità della “traversata” assai differente tra loro.

Non è quindi inutile fissare, seppur schematicamente e con le conoscenze di oggi, seconda decade del mese di aprile 2020 alcune, poche, ma importanti certezze su cui poggiare specialmente attorno ai temi del cliente cari al nostro magazine.

  • Progettare creativamente una nuova Customer Experience con la prospettiva dei cambiamenti a medio lungo termine, guardando davvero al futuro.
  • Reagire velocemente al cambiamento dei comportamenti dei clienti da una parte e riprogettare le proprie offerte dall’altro.
  • Circa i cambiamenti dei comportamenti dei clienti, focalizzarsi innanzitutto su quelli che già erano rilevabili come nuove tendenze prima del “finimondo” che funge ora da poderoso acceleratore di esse.
  • I nostri clienti cercheranno nelle nostre imprese qualcosa di diverso, stabiliranno nuove priorità e avranno nuovi criteri di giudizio per valutare la propria esperienza: guai a ritenere di sapere già cosa si attendono i clienti, occorre proprio chiederglielo, saper porre le domande giuste e saper leggere i risultati. Pena: pericolose fughe in avanti!
  • Occorre saper guardare alle opportunità che questa situazione nuova situazione ci presenta, evidentemente insieme ai rischi che appaiono sempre più evidenti.
  • È il tempo del genio collettivo, ovvero di quel tipo di leadership che sa davvero allestire il palco perché tutti i collaboratori si esibiscano per trovare nuove soluzioni avendo bene in mente il mindset da diffondere per ricercarle: partire dai dati, non dar niente per scontato, avere una visione di insieme che tenga conto di tutti i fattori in gioco.
  • Per i business consumer l’esercizio di genialità più urgente sta nel progettare una nuova cerimonia di vendita, un nuovo modello di servizio, un nuovo stile di relazione in store.
  • Le aziende B2B non potranno aspettarsi indicazioni dai loro clienti su come modificare la loro offerta, pena: l’esser tagliati fuori senza preavviso. Dovranno stare in prima linea coi loro clienti per cogliere a comprendere i nuovi bisogni del cliente finale e , a loro volta , cambiare  di conseguenza

 

 

LA VERA STORIA DEL SIGNOR GIUSEPPE

Di Mario Sala

In questi giorni tanti, anche fra manager super organizzati e capaci di gestire situazioni davvero complicate, mi raccontano della fatica che fanno con i bambini e i ragazzini costretti in casa. Forse ci vorrebbe per loro una favola di quelle di una volta che si raccontano e basta, senza figure, senza video, senza effetti speciali, così si accende la fantasia e l’immaginazione, che è la cosa che li fa crescere forti e coraggiosi.
Ho quindi incominciato a scrivere una favola per bambini, ma poi ho pensato che siamo noi grandi che ne abbiamo bisogno, perché siamo noi a dover ora essere forti e coraggiosi e accendere la nostra fantasia e l’immaginazione per vivere questi giorni e soprattutto quelli che verranno.

Questa è quindi una favola, anzi un racconto per quanto di piccolo – cioè di vero e semplice – c’è in ogni grande

Ho preso a prestito un personaggio, il signor Giuseppe, e il suo cagnolino che sono stati i protagonisti di una favola, sempre con diversa trama, che mi raccontava mio papà. Questa volta la trama l’ho inventata io….

IL DINING BOND CHE SCADE IL 31/12/2021!

Eccezionale idea di Giuseppe Iannotti da cui anche brand del fast casual possono trarre ispirazione…

Krèsios è chiuso ma tornerà presto! Puoi regalarti e regalare un dining bond valido fino al 30 dicembre 2021: scegli tra “Mr. Pink -” e “Mr. White +” i nostri percorsi degustazione disegnati su misura dallo chef.”

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Mentre l’Europa discute se dar vita ai coronavirus bond (sull’esempio della Cina che ne ha emessi finora per 34 miliardi di dollari) con la finalità di finanziare le iniziative dei governi per far fronte all’emergenza e per la ripresa economica, nel suo “grande” piccolo Giuseppe Iannotti ha emesso i bond per finanziare e far fronte all emergenza del suo ristorante gourmet Krèsios a Telese Terme in provincia di Benevento.
Le degustazioni proposte naturalmente sono irresistibili e accendono ancor di più la speranza di un ritorno celere a queste gioie che offre quella normalità che troppo spesso – ci accorgiamo ora – abbiamo dato per scontato.

Giuseppe Iannotti è lo chef stellato autodidatta e , come dimostra l’idea del bond, davvero intraprendente oltre che noto per il suo estro. Dice di se stesso che i suoi maestri sono stati i suoi viaggi per il mondo dove ha approfondito cucine e tecniche che ha saputo fondere con la cucina regionale. Famosa la sua “ventresca di tonno, bietole e brodo katsuobusci di vitello” frutto dell’incontro dello chef con la cucina giapponese .
Certo il bond scade il 30/12/2021 ma siamo certi che i clienti di Krèsios vorranno la restituzione, in un memorabile percorso gastronomico, molto prima!

Chissà che qualche grande gruppo di ristorazione del fast casual caratterizzato da alta qualità e specializzazione non elabori, in grande, un bond per i propri promoter (clicca qui), ovvero gli entusiasti che non vorrebbero mai e poi mai che il proprio brand preferito possa rischiare chiusure o troppo pesanti ristrutturazioni.
È anche un modo che rendere ancora più protagonisti i propri clienti più entusiasti. Si cresce (solo) per entusiasmo anche in tempi di difficoltà, anzi, soprattutto in questi!

SONO TEMPI DA MIMOSA!

La bellissima mimosa, è il fiore simbolo di resilienza, per la sua grande capacità di rinascere dopo le catastrofi… Ma Ada Negri guarda avanti…

Nel linguaggio comune il termine mimosa indica molte specie appartenenti al genere Acacia originarie dell’Australia dove comparvero 35 milioni di anni fa. I fiori, soffici globi d’oro, sono raccolti in racemi dal profumo delicato. La mimosa è detta pioniera perché, come i fiori sono i primi ad annunciare la fine dell’inverno, la pianta è la prima a spuntare dopo incendi devastanti. Desidera un clima temperato e terreni ben drenati e acidi. Acida deve essere anche l’acqua dove vengono immersi i fiori: se si vuole conservarli a lungo occorre aggiungere 10 gocce di limone ogni litro di acqua.

Vive in Europa solo da 200 anni e in Italia si è adattata bene e velocemente, tanto che cresce spontanea al sud e nelle regioni con il clima temperato dal mare, come in Liguria dove è festeggiata ogni anno nella sagra della mimosa di Pegli, vicino a Genova. È di Rieti invece l’usanza, che risale agli anni ’50, della torta Mimosa, ricoperta da soffici e dorati pezzetti di pan di Spagna.

In Italia la mimosa è dedicata alle donne nella festa dell’8 marzo dal 1946 grazie all’onorevole Teresa Mattei, partigiana e segretaria nell’ufficio di presidenza dell’ Assemblea Costituente. La Mattei, volendo offrire fiori alle “compagne”, come facevano in Francia con viole e mughetti, scelse la mimosa perchè “fiore povero e reperibile dappertutto”.

Ma è l’Australia la patria della mimosa, ora classificata in ben 1057 specie diverse di Acacia. Utilizzata dai nativi come nutrimento, come medicinale, come materiale per costruire armi, in particolare il famoso boomerang, e dai coloni nella costruzione delle prime case, è diventata simbolo di resilienza per la sua grande capacità di rinascere dopo le catastrofi naturali come i devastanti e numerosi incendi che colpiscono il paese e di unità  per il popolo australiano. Ancor prima che gli stati si unissero per formare il Commonwealth, il verde e l’oro della mimosa sono stati scelti come colore per le divise sportive. Il fiore giallo era posto su medaglie e onorificenze e le madri e le fidanzate ne mettevano un ramoscello nelle lettere spedite ai loro cari in guerra.

Molte leggende celebrano le virtù di questa bellissima pianta. Una di queste parla di un popolo forte e coraggioso che vive sul mare le cui donne hanno lunghi e meravigliosi capelli d’oro che usano legare e intrecciare strettamente. Un brutto giorno la figlia del capo villaggio, Mihm, viene rapita con altre ragazze da una tribù nemica e imprigionata in una grotta sul mare. Mihm forte e indomita non si rassegna e, trovato un cunicolo sotterraneo, decide di rischiare la sorte per cercare la libertà. Riesce ad arrivare alla fine del pertugio ma potendo sporgere solo la testa, scioglie le lunghe chiome che, come una bandiera d’oro, vengono viste dai parenti giunti a liberarle. Le fanciulle vengono così salvate ma Mihm muore e quando il suo promesso sposo arriva, trova una pianta dalle radici forti e profonde con una grande chioma di fiori gialli che ondeggiano al vento, la mimosa.

Un’altra leggenda lega in un unico abbraccio il popolo dei nativi con quello dei coloni bianchi: grande e senza speranza era l’amore tra un povero pescatore bello e con la pelle scura e lucente e la principessa dalle chiome dorate. La ragazza viene mandata in sposa a un nobile e il giovane disperato abbandona il suo mare per andare sulla montagna nei boschi a piangere il suo amore perduto. Quando scoppia il terribile incendio si prodiga per spegnerlo fino a sacrificare la vita. Accorre la principessa ma trovato il suo amore morente, vuole morire con lui. Dalle ceneri nasce la pianta meravigliosa con le foglie scure e lucenti e la chioma bionda e delicata. In tutta l’ Australia il Wattle day si celebra il 1 settembre.

Ma è la nostra Ada Negri che  coglie più di tutti l’esperienza che la mimosa ci invita a vivere:

(da Fontana di luce di Ada Negri in Fons Amoris )

Nel marzo ebro di sole il grande arbusto
in mezzo al prato si coprì di gialli
fioretti: le novelle accese rame
salenti e ricadenti con superba
veemenza di getto dànno raggi
e barbagli a mirarle; e tu quasi odi
scroscio di fonte uscir da loro; e tutta
la Primavera da quell’aurea polla
ti si versa cantando entro le vene.

ECCO PERCHÈ EYEBOBS VINCE IL CHAIN STORE AGE AWARDS 2020

La “irriverente” catena di store è fra i 5 premiati di quest’anno

L’esperienza che si vive in uno store di occhiali è spesso giudicata “insipida” e uguale un po’ dappertutto. Gli occhiali sono esposti negli store… si scelgono… e qualche aiuto viene richiesto al personale: perlopiù informazioni sul prezzo e al massimo qualche consiglio sull’adeguatezza di una scelta nei confronti dell’ovale del viso. Si pensa, insomma, che alla ricchezza dell’assortimento apprezzabile dall’esposizione e alla qualità dei prodotti non vi sia altro di significativo da aggiungere.

Non è un caso quindi che fra i 5 premiati quest’anno al tradizionale SPECS SHOW di Dallas (15-17 marzo) ci sarà EYEBOBS che definisce se stessa “una società di montature che crede che grandi occhiali possano cambiare la vita”.

È però la brand promise che attira il successo di EYEBOBS: “YOU SUPPLY THE PERSONALITY, WE FRAME IT”. Insomma la “materia prima” per gli occhiali, secondo Eyebobs, è la nostra personalità che diventa occasione di dialogo con i vendiditori per far emergere le caratteristiche del nostro carattere e della nostra “way of life” al fine di scegliere o addirittura di progettare ad hoc la montatura che ne è la migliore espressione. Così avviene quella che è davvero la particolarità nell’esperienza con gli store EYEBOBS: il vero protagonista della vendita è il cliente e non il venditore!

È proprio questa esperienza “disruptive” rispetto alla consueta shopping experience che ha convinto la giuria a premiare questo brand che è riuscito a differenziarsi e distinguersi dai concorrenti.

Certamente il visual e la bellezza dei colori degli store sono la… montatura adatta a questa esperienza che ci fa sentire protagonisti!

BRAND ANSIA FREE

Il consumatore si sente “senza tregua” e cerca relax e ricreazione

Fra le tendenze che WSGN con più insistenza segnala, e che esploderanno da qui al 2022, c’è il sentimento di ansia che caratterizzerà in modo crescente il consumatore. In effetti clima, disastri naturali, ambiente, ma anche, e sempre più, la tecnologia che azzera migliaia di professioni e ne muta profondamente la totalità, fa sentire il consumatore travolto e senza tregua: complice una informazione sempre più invasiva e personalizzata man mano che, inevitabilmente, acconsentiamo a fornire sempre più notizie di noi stessi al web in tutte le sue articolazioni.

Ci si sente quindi travolti dall’ondata di comunicazione verso la quale cresce la diffidenza (e quindi, di nuovo, l’ansia) per la difficoltà di discernere ciò che è verità da ciò che è fake.
Ne risulta così, un “senza tregua” come sentimento prevalente che fa sentire il consumatore impegnato anche quando non lavora per cui, quando reclama un più adeguato “work life balance” si riferisce non solo al lavoro in senso stretto ma a quell’intensità e a quella molteplicità di stimoli che, appunto, generano ansia e apprensione.

Ecco che, allora, per i brand si apre nei prossimi anni, a mio parere, una sfida nuova: passare dall’intensità e dalla frequenza di relazione col cliente che lo costringe a un ulteriore (e stancante) impegno di risposte e di adesione (che io in modo forse troppo spiccio definisco “stalkerare” il cliente) all’offerta di un’esperienza all’impronta del relax, del gioco, di una socialità nuova, di un’intimità e di una creatività libera dalla tecnologia. Più precisamente credo che il consumatore cerchi momenti di ri-creazione, non semplici momenti di libertà dall’ansia. E se ciascuno si ferma a scandagliare la dimensione naturale della propria esperienza di vita attuale può facilmente confermare questa esigenza, specie se è cliente “metropolitano”.

Forse occorre riflettere proprio su quello che alle elementari si chiamava ricreazione: ben più che un semplice intervallo o pausa! Sarà, in prospettiva, questa ricreazione ad accendere l’entusiasmo (clicca qui: Si cresce solo per entusiasmo) del cliente e a far crescere nuovi e vecchi brand che sapranno proporla.

Per quello che si è potuto vedere nella parte della fashion week milanese prima dello stop a causa del noto virus è già possibile rinvenire gli albori di questa nuova dimensione. Già ora, per chi come me segue sempre con interesse la rivista The Good Life (la prima rivista ibrida business e lifestyle) è possibile apprezzare questa nuova tendenza in quasi tutte le sezioni in cui essa articolata (good business, good art, good trips, good toys, good music, good design). Vedremo a giugno il Salone del Mobile, concentrazione di life style emergenti, e vedremo come, in un altro mercato, quello della ristorazione, i player più in voga raccoglieranno questo desiderio di “relax” del consumatore.

Va in questa direzione anche la socialità promossa dai nuovi uffici di Google a Silicon Beach (clicca qui). Attenzione quindi per tutti i brand a cogliere come opportunità questa nuova dimensione che il cliente desidera vivere e che – sostiene WSGN – suggerisce di investire, su intimità, su relazione non ansiogena, su coinvolgimento umano: le comunità stesse saranno percepite in modo positivo e andranno per la maggiore le esperienze di condivisione di spazi.

Proprio quello che questo virus – oggi – vorrebbe impedirci. Ma passerà e insieme al suo male lascerà in noi una rinnovata sensibilità a non dare nulla per scontato.
È proprio il non dare nulla per scontato, secondo Linda Hill nel suo “Il Genio Collettivo” (insieme al “partire dai dati” e alla capacità di “avere una visione d’insieme”) il pilastro su cui poggia l’innovazione che il consumatore attende sempre.

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