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Mario Sala - page 2

Mario Sala has 61 articles published.

Partner di Praxis Management, società di consulenza milanese. Da oltre vent’anni anni è impegnato nel retail dei migliori brand del lifestyle nei settori della moda, del food e del design. L’attenzione crescente per i temi relativi al Cliente ha generato in lui un interesse approfondito sul tema della Customer Experience, che lo ha portato a costituire Italian Customer Intelligence e a sviluppare importanti relazioni internazionali sul tema. Il brand, che raduna partner con diverse competenze, sostiene le aziende a progettare, offrire e portare in tutto il mondo una Customer Experience superiore: in una parola, a entrare davvero “nell’Era del Cliente”. mario.sala@praxismanagement.it

INNOVARE DAVVERO PER IL CLIENTE: SEMPRE PIÙ DIFFICILE

Tutti sanno il da farsi, pochissimi riescono a farlo.

Si è concluso ad Amsterdam l’edizione 2019 del World Retail Congress dal titolo “High Velocity Retail”.
Certamente il nostro magazine approfondirà i temi più importanti che sono emersi e le parole d’ordine lanciate, che prendiamo ogni anno con un maggior spirito critico del precedente.
Dalla manifestazione più importante dedicata ai retailers che riflettono, con l’aiuto dei maggiori esperti, sulle mai abbastanza conosciute dinamiche dei consumatori, siamo infatti abituati a messaggi forti e convincenti che, l’anno a seguire, puntualmente, si correggono!
Basti pensare agli anni in cui si annunciava la morte del retail fisico, per correggere l’anno a seguire in favore dell’omnicanalità, per precisare poi la differente esperienza che il consumatore esige dai differenti canali, per poi annunciare la totale giustapposizione di esperienza da assicurare – in linea con i valori del brand – in ogni  “Channel” … Naturalmente tutte indicazioni “giuste”.
Quest’anno, forse, il Word Retail Congress, ha messo in fila tutto quanto fatto emergere negli anni precedenti, cogliendo più chiaramente nessi e indicazioni: forse niente di veramente nuovo, ma tutto certamente più collegato e logico; dalla competizione di oltre 800.000 Retailers che offrono di tutto e di più a qualsiasi consumatore del globo, alla necessità di essere veloci ma nella direzione giusta: quella davvero di “something that matters” cioè di un valore al cliente vero, nuovo, effettivo, autentico, interessante (ed ecco, attraverso questi aggettivi, la sintesi dei congressi degli ultimi anni).
Resta, nell’aria che si respira, la difficoltà di “scaricare a terra”: tutti diciamo “sí è proprio così” pubblicamente e poi “privatamente” ci lamentiamo di come, nelle nostre aziende, l’ effettiva innovazione per il cliente sia – tutto sommato – misera rispetto agli investimenti varati e alla tensione clientecentrica.
Anche tante innovazioni di processo che producono maggiore efficienza, mitigando – ad esempio per le catene fashion – le conseguenze dell’attuale spostamento della domanda verso altre categorie, non si traducono in innovazione vera per il cliente.
Questo incoraggia il nostro magazine a insistere nel cercare e riportare esempi di novazione davvero significativa per il cliente finale, per ispirare e incoraggiare i nostri lettori!

STAN SMITH – EVERGREEN EXPERIENCE

Da star del tennis a fashion icon, il tutto in un paio di scarpe, anzi no, di Stan Smith

Per i millennials le Stan Smith sono sneakers diventate mania collettivaNel fashion ben pochi articoli sorpassano la fase di “boom” per approdare a quella di “mania” e ancor meno arrivano nell’olimpo degli evergreen. Ma, dicono gli studiosi, gli evergreen sono tali perché vivono e rivivono in continuazione “boom” che diventano “manie” e di nuovo evergreen e così via, ciclo dopo ciclo.

Nemmeno questa estate le sneakers, a giudicare dagli ordini degli store di tutto il pianeta, avranno una pausa  dato che – come al solito – vi saranno impercettibili novità in alcuni modelli (guai a rovinare un evergreen!) destinate ad incrementare gli oltre 40 milioni di modelli fin qui venduti.

Anche se solo e soltanto le Stan Smith bianche sono state definite “ossessione senza tempo”, in realtà il campione degli anni ’60-’70 è davvero, come personalità, “in linea” con le scarpe alle quali Adidas ha legato il suo nome. 

 

Tennista americano, alto uno sproposito per l’epoca (m 1,93), mattatore negli incontri di Coppa Davis (memorabile la sua vittoria nella finale del 1972 in trasferta contro Ion Tiriac davanti ad un pubblico a dir poco minaccioso e ad un arbitro scandaloso), innovativo (fu l’iniziatore del cosiddetto serve&volley – battuta e corsa a rete per la volèe), simpatico e dalla battuta pronta. 

Proprio come l’esperienza che raccontano i clienti di tutte le epoche delle Stan Smith (“ti alzano”, “ti fanno sentire sportivo, resistente, innovativo e spiritoso”). Ed anche autoironico, proprio come Stan Smith che diceva di se stesso che nacque uomo e diventò un paio di scarpe!

Con quelle scarpe, fornite dall’Adidas, Stan, oggi settantenne e più in forma che mai, ha giocato dal 1969 al 1985, divenendo più volte il numero uno del ranking mondiale.

L’Adidas continuò a produrre le scarpe fino al 2011, quando smise la produzione del modello che invece tornò a fabbricare dal 2014 a gran voce.  Nel novembre 2013, infatti, mentre le scarpe non erano in commercio, aveva posato in un memorabile scatto sulla copertina dell’edizione francese di Vogue la modella Gisele Bündchen.

E di nuovo boom, mania ed evergreen (con o senza social)!

 

IL FOOD CHE VERRÀ (PROVE DI CUSTOMER EXPERIENCE FUTURIBILI)

Londra, al Victoria and Albert Museum la mostra “Bigger than the plate”

Nel principale museo di arte e design del mondo parte il 18 maggio l’esposizione sul futuro del cibo. È quindi Londra che, a quattro anni di distanza, raccoglie e rilancia il tema dell’Expo di Milano. E lo fa a suo modo, nel museo di arte e design più importante del mondo, mettendo in mostra i profondi cambiamenti con i quali si sta reinventando il modo di pensare, coltivare, trasformare, conservare, distribuire e vendere la nozione stessa di “cibo”.

Non è quindi un caso che questo tema, diventato globale perché nel cuore stesso della dimensione di “sostenibilità” che si associa alla salute del pianeta, sia affrontato a livello “globale” o, perlomeno, con una tensione ad esso. Infatti i 70 progetti innovativi che vengono presentati sono frutto di collaborazioni “globali”: agricoltori, scienziati, designer, organismi pubblici che presentano scenari futuri suggestivi con le relative sperimentazioni gastronomiche. La mostra accompagna i progetti con i loro itinerari sensoriali con 30 oggetti delle collezioni del museo: uno spettacolo anche solo a giudicare dalle anticipazioni fotografiche.

La mostra è articolata in 4 sezioni: “compost”, “farming”, “trading” e “eating”. È proprio in questa quarta sezione che gli imprenditori del food di oggi e domani che potranno trarre ispirazione per intercettare e offrire nuove customer experience che attraverseranno il pianeta.

Da non perdere! (Clicca qui per visitare il sito ufficiale).

 

ENJOY THE BREAK!

La Piadineria studia per diventare leader della ristorazione veloce “all’italiana” e sforna una nuova brand promise.

È uscita una bella pubblicità de La Piadineria che ha il suo “incipit” con una squillante campanella che ricorda il sospirato “sciogliete le righe” scolastico per tuffarsi nell’intervallo (una volta si chiamava “ ricreazione”).
L’idea coglie nel segno: è il nuovo cliente metropolitano che aspetta la pausa pranzo come una “ricreazione”.
Occorre infatti essere ricreati dopo 1 ora e 20 di trasporto pubblico per raggiungere il proprio ufficio nelle metropoli, dopo il pieno di stress della mattinata lavorativa e in attesa dell’ora e venti di trasporto per il ritorno a casa dopo l’ancora più impegnativo pomeriggio di lavoro: è la giornata tipo dello studiatissimo cliente metropolitano (e al centro del prossimo World Retail Congress, quest’anno ad Amsterdam, clicca qui).
Tempo per la pausa pranzo: circa 50 minuti “lordi”, compreso lo spostamento dall’ufficio al locale scelto e ritorno e fila alla cassa inclusa…
Occorre, quindi, che quei 20 minuti netti dedicati al pranzo veloce “ricreino”, cioè assicurino una energia e un relax che “allunghino” quella pausa.

È questa la nuova brand promise de La Piadineria, che promette “sogni”, “incanto”, “relax” e “vacanze” (potere del carboidrato farcito ad arte?) nei venti minuti che mediamente si trascorrono nei suoi punti vendita, come efficacemente promette lo spot.
È una promessa forte e coinvolgente che Donato Romano e il Fondo Permira hanno confezionato per concorrere alla leadership della ristorazione veloce “all’italiana” con dimensioni internazionali. La promessa parte dalla richiesta agli appassionati de La Piadineria di comunicare le immagini che evocano loro il primo, il secondo e il terzo morso della piadina. Si tratta ora di far vivere questa esperienza a tutti i clienti, in tutti i locali, in tutte le città e in (molte) nazioni: una sfida “da Champion” del Fast Casual. Campionato a cui oggi La Piadineria ha pieno e giustificato accesso con i suoi oltre 200 ristoranti.

A fine aprile ulteriori novità… Stay tuned!

KICKSTARTER EXPERIENCE

Una piattaforma per ispirarsi ed innovare per il cliente

Dai vita al tuo progetto creativo” è la brand promise di Kickstarter (Clicca quila più grande piattaforma al mondo di fundrasing per i vostri progetti creativi. 

Ogni volta che la si consulta è una vera e propria boccata d’ossigeno: in modo semplice e intuitivo è possibile inserire il proprio progetto creativo da finanziare. Il format stesso di compilazione “obbliga” il redattore del progetto ad una schermata semplice, chiara e con i dati essenziali in evidenza.

Kickstarter si “permette” di evidenziare i “Projects we love” divisi per categorie. Si tratta di circa 3000 progetti: per esempio ne sono segnalati 314 per il fashion, 434 per il design, 221 per il food, 342 per la musica, 33 per il giornalismo, 371 per la tecnologia e 28 per la fotografia. 

Ogni progetto ha un numero di giorni massimo per essere finanziato e compare in tempo reale la percentuale di finanziamento raggiunta rispetto alla richiesta.

È una piattaforma da consultare davvero tutti i giorni poiché fonte di grande ispirazione per chi desidera innovare per il proprio cliente: guardare le novità e le caratteristiche di progetti innovativi in settori anche molto diversi dal proprio suscita nessi sorprendenti.

Viva Kickstarter: provare per credere. E… Buoni affari! 

TASSO DI CONVERSIONE E CUSTOMER EXPERIENCE: COME FA RINASCIMENTO

Il brand Rinascimento da Piero della Francesca a fare il pieno di Bellezza

Non è un mistero che – a partire dall’Italia – entra sempre meno gente negli store di molti settori merceologici, abbigliamento in primis. I centri commerciali attraversano una crisi non ancora ben compresa nelle sue radici e assistiamo in continuazione a rinunce dei rinnovi degli affitti e a un cambiamento della composizione dell’offerta, in genere con un incremento del food quasi speculare al decremento dell’offerta fashion.
Il mercato della ristorazione, che sta vivendo, specie nel segmento fast casual, una competizione davvero incredibile ha le sue difficoltà per una oggettiva fatica delle catene “piccole” e di alta qualità, assai gradite dai consumatori, di raggiungere la dimensione significativa in numero di store per far fronte a margini ridotti: pochi ci riescono!
Negli Stati Uniti, oramai da almeno tre anni, si parla apertamente di “apocalisse del retail”. I dati dell’e-commerce, in crescita esponenziale e spesso a doppia cifra sono ben lontani dal  “compensare” i minori ingressi negli store.
Quasi ogni mese esce una “autorevole” indagine sui comportamenti dei Millennials per spiegare un tale terremoto e argomentare la “liquidità” di questa generazione. Tuttavia anche altrettanto “autorevoli” ricerche documentano come il comportamento dei Millennials, nella sostanza, segua le classi di reddito esattamente come per i clienti più adulti. Vedremo la ricetta (spesso assai diversa da un anno con l’altro…) che proporrà l’imminente World Retail Congress che quest’anno ha a tema “High Velocity Retail” (Amsterdam, 14-16 maggio).
In ogni caso, nell’attesa che le letture di quanto sta avvenendo in vari mercati si chiariscano sempre meglio, tutti i player sono alle prese con la necessità vitale di aumentare i tassi di conversione fra ingressi in store (come detto, in calo significativo) e acquisti e, per quanto riguarda l’ e-commerce, fra ingressi nella piattaforma e acquisti (che troppo spesso si fermano nel carrello).

Tutto questo costringe i migliori player a riflettere sulle proprie brand promise (in massiccia rivisitazione un po’ dappertutto) e sull’effettiva esperienza offerta al cliente in linea con essa. Finalmente, da più parti e costretti dalla situazione, si inizia a lavorare ben oltre alla tappa del viaggio del cliente nota come “acquista” (cfr customer journey Clicca qui) o quella nota come “scopre”.
Anche l’esperienza di quello che vive davvero il cliente con il prodotto comprato sta entrando nell’orizzonte di tutti gli ecosistemi aziendali e non solo di alcuni “specialisti”. Da un certo punto di vista sembra di tornare davvero all’autentica passione per il prodotto e per l’esperienza, sempre più personalizzata, da offrire al cliente, proprio come la figura dell’artigiano nel Rinascimento che era tutt’uno col cliente. Finalmente, pur nelle oggettive difficoltà o forse grazie proprio ad esse, si smette di pensare in termini di “Buy and bye bye …”
Certo ora è il tempo, all’interno delle aziende, di attivare stili di leadership e pratiche da Genio Collettivo. Linda Hill (Harvard) avverte che le aziende che “ce la fanno” ad innovare in continuazione per il cliente (che ribadisce così la sua fiducia verso il brand) sono quelle che hanno leader simili ad architetti sociali, capaci di costruire vere e proprie comunità aziendali desiderose di innovare e capaci di farlo! Per essere capaci occorre frequentare il mindset giusto: partire dai dati, non dare nulla per scontato, avere una visione d’insieme dei problemi e delle opportunità, saper integrare idee differenti. Chi ci prova davvero ha successi ed è destinato ad averne ancora di maggiori, come ad esempio sta facendo il brand italiano “Rinascimento”, andato nel weekend scorso in ritiro full immersion per continuare la serie di novità offerte ai clienti, coinvolgendo dallo stile ai livelli più operativi, attivando un singolare mercato delle idee e non trascurando di fare il pieno di bellezza da Piero della Francesca ad Arezzo, forse la personalità più espressiva del Rinascimento italiano, prima di riprendere il cammino del lunedì.

CUSTOMER EXPERIENCE FA RIMA CON ESSENZIALITÀ

Mai separare chi raccoglie dati sul cliente, da chi li analizza e da chi prende decisioni. Pena: una complessità che blocca!

L’essenzialità – in fondo – è la capacità di “andare al cuore” delle cose, al nocciolo della questione. Cosa non facile quando abbiamo a che fare con una quantità di dati, indizi, segni – spesso tra loro in contraddizione – che assiduamente ricerchiamo per conoscere il cliente, i suoi orientamenti e i fattori dell’esperienza col nostro brand che più lo convincono.

A volte chi si occupa di customer experience o gli analisti del marketing si “nascondono” dietro i dati che rilevano sul cliente invocando una “matematica” che non esiste evitando la fatica e il rischio di una ricerca e una interpretazione che arrivi davvero al cuore della questione!

Ogni dato è un dono (dal ​latino datum significa proprio “dono”) perché “data”, ovvero donata, è la realtà stessa. Il dato è una descrizione elementare, spesso codificata, di un’informazione​, di un’entità, di un fenomeno, di una transazione, di un avvenimento, di un brano di realtà e di altro ancora…

Potremmo sinteticamente dire che ​i dati sono indizi. E come ogni indizio va messo in correlazione con altre informazioni perché sia correttamente decifrato.

In fondo i dati sono segni che ci aiutano a comprendere “la legge” che governa o sottende fenomeni.

Altra tentazione da evitare, davanti alla complessità e alla varietà dei dati riferibili alla conoscenza del cliente è quella di escluderne qualcuno per  “far tornare i conti”  della nostra lettura della realtà, bollando il dato contraddittorio come “non significativo”…

Un altro errore che commettiamo spesso è quello di separare chi si occupa di raccolta dei dati, da chi li analizza e anche da chi prende decisioni in forza di essi: se chi “decide” non partecipa all’ avventura della scoperta del dato, della sua raccolta e della sua analisi ben difficilmente scoprirà i nessi sorprendenti che la realtà sempre offre arrendendosi alla supposta “matematica” dei dati così come brutalmente rinvenuti.

Chi ha il dono dell’essenzialità è sempre un assiduo osservatore della realtà e non ha pace finché la complessità dei dati che ha davanti non si risolve, sapendo bene – appunto – che la semplicità è una complessità risolta. E fino che tale semplicità non si appalesa continua nel suo sforzo di ricercatore.  (Einstein diceva: “Se non lo sai spiegare a tua nonna significa che non hai compreso bene nemmeno tu!”)

Solo andando al “cuore della questione”, alla scoperta della legge che governa il “fenomeno” descritto da una varietà di dati si potrà davvero definire la sfida che il brand deve vincere per offrire una customer experience superiore ai propri clienti e per alimentare l’entusiasmo dei promoter (Clicca qui).

Fra tanti imprenditori e manager che ho incontrato in questi anni ce ne è uno che mi ha colpito tantissimo per il dono dell’essenzialità che possiede (certamente assiduamente coltivato) e che indefessamente promuove nella sua azienda e per la sua conseguente arguta intelligenza nella definizione di “sfide” che propone ai “suoi”.
Identikit: quarantenne, fast fashion, studi giuridici… ahimè juventino!
Spero sia possibile a breve farlo conoscere ai lettori del nostro magazine!

OFFRIRE UNA CUSTOMER EXPERIENCE SUPERIORE

7 consigli per partire con il piede giusto

Risultati immagini per the doctor william hurt1. Mostrare a tutti qualche spezzone del filmUn medico, un Uomo” con William Hurt. Sebbene il film sia vecchio fa comprendere immediatamente e in modo suggestivo che non abbiamo la minima idea di come ci si senta nei panni del cliente (in questo caso di un ospedale). Solo quando il grande chirurgo vivrà l’esperienza dei suoi pazienti si accorgerà – con gli occhi del paziente/cliente – di quante cose non funzionano nel suo ospedale e cambierà completamente il modo di rapportarsi con i suoi allievi, cioè i suoi collaboratori più giovani!

2. Fate leggere almeno la prima parte del libroClienti al Centro” di Kerry Bodine, già Vice President della Forrester Research. I lettori si convinceranno della massima preferita da Kerry:

“Ciò che pensate di sapere sul cliente è probabilmente sbagliato.
 PENSARE di sapere che cosa vuole il cliente è rischioso.
SAPERE che cosa vuole il cliente permette di cambiare in meglio la sua Customer Experience”

3. Iniziate con la rilevazione del NPS (Clicca qui) e paragonatelo con quello della media del vostro settore: avrete una misura oggettiva, internazionale e confrontabile dello stato di salute che i clienti attribuiscono al vostro brand oggi: motivo assai importante non fosse altro per non fare i budget annuali con il solito +5 o 10 % sullo storico senza chiedere il parere del cliente sulle vostre previsioni…

4. Chiedete ai Promoter del vostro brand (tanti o pochi che siano) quali sono i motivi di entusiasmo verso la vostra azienda e fate qualche domanda sulle caratteristiche dell’esperienza che hanno giudicato così benevolmente: prometto sorprese!

5. Non confondete mai l’esperienza che il cliente vive col vostro brand con la valutazione di una singola esperienza! Io al brand Milan do “10 e Lode”, alla recente prestazione con l’Inter do voto 5: sono e rimango un fan del brand e – come tutti gli innamorati – sensibilissimo ad ogni minima delusione.

6. Decidetevi davvero di conoscere il cliente in ogni occasione di relazione col vostro brand (Clicca qui) e non solo in quella dell’acquisto! Che cosa conoscete davvero dell’esperienza che vive il cliente quando utilizza ciò che ha comprato? Chiedeteglielo: altre sorprese!

7. Siete ora pronti per definire o aggiornare la promessa del vostro brand ai clienti: questo è molto rilevante non solo per il cliente ma per tutto il vostro ecosistema aziendale. Infatti la promessa del brand costituisce il criterio unificante degli sforzi da realizzare per il cliente nella direzione giusta e ogni parte del sistema aziendale trova in essa i criteri guida per “scaricare a terra” tutte le iniziative e i progetti necessari per offrire una Customer Experience superiore (ovvero iniziative e progetti nuovi e/o iniziative e progetti “soliti” fatti in modo nuovo, cioè sempre più coerenti con la promessa).

E ricordate: si cresce solo per entusiasmo! (Clicca qui)

PASTA EXPERIENCE FOR EVER

A Milano Alessandro Curti e Antonio Seneci lanciano un nuovo brand di pasta fresca a basso indice glicemico, a Mosca Federico Menetto fa sbarcare la Pasta Fresca di Raimondo Mendolia, mentre i nutrizionisti assicurano che la passione per la pasta ha conquistato anche gli adolescenti. Business in vista…

La pasta che sarà di scena a Milano tra poco più di un mese, niente meno che nella centralissima Piazza San Babila, è una pasta fresca… il cui processo di produzione è stato addirittura brevettato. L’inserimento di certe fibre proteiche di altissima qualità “frenano” farina e semola producendo pasta fresca che non perde alcuna caratteristica nutrizionale né proprietà organolettica e abbassa l’indice glicemico, per la gioia degli appassionati di pasta e per la loro salute.

La proposta sembra abbia tutto per sfondare, a partire dalla credibilità degli imprenditori che si apprestano a lanciarla: Alessandro Curti (che guida con successo e ha sviluppato in modo sorprendente il Gruppo Curti fondato dal padre nel 1955) e Antonio Seneci,  ideatore – fra l’altro – del marchio SIGI che ha la missione di diffondere in tutto il mondo prodotti alimentari  a basso indice glicemico.

Due partner di tal calibro non possono che pensare in grande, infatti Milano sarà la prima di una serie di location da sviluppare anche all’estero, dato che il brand pasta è certamente – se veramente italiana – un brand da esportazione: Stati Uniti in primis, ma anche le più vicine Francia Spagna e Svizzera.

In realtà il nuovo brand avrà la pasta fresca a basso indice glicemico come attrazione principale, ma sarà una vera e propria festa del carboidrato: pizza al trancio, focacce, dolci e addirittura panzerotti… A qualche isolato dal mitico Luini!

Far diventare la pasta “food to go” (Clicca qui l’articolo del super esperto Gavin Rothwell e Clicca qui per l’articolo di Gabriele Mancosu) è impresa difficile ed entusiasmante, in ogni caso il format affiancherà presto al takeaway le operazioni di delivery.

Il fatto che si pensi alla pasta non solo per la tavolata in compagnia in un ristorante o in una delle catene fast casual che van per la maggiore, ma anche come felice espressione del “food to go” dà ragione a uno dei maggiori e profondi conoscitori della “PASTA (ITALIANA) EXPERIENCE”: Federico Menetto, vero e proprio animatore – fra l’altro – del brand pasta fresca di Raimondo Mendolia ora sbarcato anche a Mosca. La stessa coppia ha lanciato recentemente a Pitti Uomo a Firenze la Pasta 1punto61.com con la camicia firmata da Angelo Inglese.

Secondo Menetto, infatti, l’esperienza con la pasta è una esperienza in solitaria come quella di Ambrogio Fogar con il mare nelle sue mitiche traversate. “La relazione con la pasta” dice Menetto – “è una relazione – nel suo cuore – eminentemente individuale, egoista, quand’anche fosse consumata in compagnia: ci sei tu e il piatto di pasta…

 Sempre nel trend della pasta a basso contenuto glicemico e ad alto contenuto energetico è stata lanciata il 25 ottobre durante il World Pasta Day, a Dubai e sempre da un’idea e da uno studio di Raimondo Mendolia,  PastAthletics per accompagnare la dieta dei grandi sportivi del mondo .

Mentre i brand consumer di ogni mercato ingaggiano le migliori Università del mondo per studiare e conquistare Millennials e Generazione Z, che sembrano ricercare customer experience con accenti differenti da quelli apprezzati dalle generazioni precedenti, sembra proprio che la pasta non abbia questo problema e possa continuare la sua crescita planetaria.

Una recente ricerca realizzata dall’Istituto di ricerca IARD sugli stili di alimentazione degli adolescenti italiani evidenzia come sia proprio la pasta l’alimento di gran lunga più consumato: lo mangia quotidianamente il 74,4 % dei giovanissimi.

Insomma il business della pasta è garantito – per il futuro – anche dalle giovani generazioni ed è quindi incoraggiante che imprenditori innovatori sappiano cogliere questa opportunità, convinti come siamo che in quei piatti sapientemente preparati con ingredienti eccellenti non si viva solamente una convincente esperienza di alimentazione e gusto ma che, attraverso quei bocconi “in solitaria”, si comunichi misteriosamente – ma concretamente – una civiltà millenaria che sa rinnovarsi, fatta di intraprendenza, gratitudine, creatività, bellezza e indomabile spirito positivo verso il futuro. E Dio solo sa quanto ce ne sia bisogno oggi di questi “bocconi”. Ci vogliono proprio degli imprenditori appassionati e accorti, ben più che dei ristoratori, per esportare nel mondo la pasta (italiana) experience.

 

INNOVARE PER IL CLIENTE: DIVAGARE O CONCENTRARSI PER INNOVARE?

Dove, come, nasce e prospera l’innovazione.

Il metodo che le aziende capaci di innovare sistematicamente seguono è davvero ben documentato dal “GENIO COLLETTIVO” (clicca qui).

Linda Hill e i Suoi hanno dimostrato come grazie a leader diventati “ARCHITETTI SOCIALI”, capaci di costruire COMUNITÀ aziendali desiderose d’innovare e capaci di farlo, le innovazioni fioccano a un ritmo e con una qualità incomparabile a quella suscitata da leader visionari (invece cosi necessari per fondare un’impresa, ma poi quasi di ostacolo nella fase di maturità nella quale la crescita continua va di pari passo con l’attitudine e la capacità di innovare sistematicamente).

Certo essere costruttori di comunità non è facile e non lo è nemmeno promuovere un mindset adeguato a innovare, cioè a definire e promuovere le regole, i valori e il clima che favoriscono un vero e proprio spirito innovativo diffuso.

La continua interazione fra i collaboratori, anzi fra i membri della comunità, crea dapprima uno spumeggiante mercato delle idee, poi un virtuoso attrito creativo, quindi, finalmente, la capacità di sfornare novità capaci di integrare opposti all’apparenza inconciliabili (per esempio minor costo con maggior qualità, più velocità con maggiore accuratezza, più varietà con minor complessità …).

La “comunità” non separa mai chi pensa e progetta da chi fa, garantendo una immersione reciproca (una comunione appunto secondo il Genio Collettivo ) fra persone di differenti ruoli, mansioni, età, nazionalità che risulta poi essere la carta vincente per l’effettiva realizzabilità dell’innovazioni collettivamente fatte emergere.

La straordinaria pubblicazione di Linda Hill, frutto di anni di ricerche autorevolmente condotte, “tralascia” almeno due sequenze dei “film” (vengono riportati una dozzina di casi) del Genio Collettivo.  La prima sequenza avviene antecedentemente all’ attuarsi del metodo “collettivo” e ne costituisce il presupposto: si tratta della definizione della sfida da vincere (ogni caso trattato nel testo parte, appunto, già da una ben definita sfida da vincere o da un “problemone” perfettamente individuato che indica in modo convincente la direzione nella quale innovare).  La seconda sequenza, di cui  si fa cenno solo indirettamente , riguarda l’importantissimo lavoro personale con il quale ciascun membro della comunità aziendale si presenta per immettere nel flusso collettivo la sua idea, la sua proposta, la sua soluzione per avviare il processo di genialità collettiva.

Non sfuggirà a nessuno che la qualità delle innovazioni dipende molto dagli imput di partenza e il metodo del genio collettivo funziona in modo proporzionale al lavoro che ciascuno personalmente sviluppa sulle innovazioni che fortemente vuole realizzare.

Occorre quindi creare a viva forza uno spazio nella giornata lavorativa di ciascuno per pensare individualmente  all’innovazione da proporre , alla sfida da lanciare , all’ipotesi da verificare , alla soluzione out of the box da tentare.

Ma se è giustissimo pensare all’innovazione individualmente e trovar a viva forza lo  spazio nella propria giornata per dedicarsi specificatamente a questo e “staccarsi” dalle incombenze che fagocitano ogni energia, come utilizzare al meglio questo tempo?

Simon Sinek, nella sua celebre conversazione sui millenials (clicca qui) tuona contro l’utilizzo degli smartphone durante il lavoro perché la iperconnessione paradossalmente ci isola dalle relazioni e dagli stimoli che la realtà non fa mai mancare per andare avanti, che, in fondo è un sinonimo di innovare. È quindi il divagare che favorisce l’innovazione e non la iper-concentrazione dalla quale occorre saper liberarsi per produrre novità.

Alcuni studiosi sottolineano addirittura come noi consumatori (e quindi anche nella veste di  lavoratori) abbiamo sovraccaricato i nostri cervelli di stimoli e non riusciamo più a gestirli:  è questo che ha portato all’attuale era dell’ansia e ha aperto la meaning economy in quanto tutti – nel pianeta – siamo alla ricerca di un significato, di qualcosa che vada “aldilà”… E questo aprirebbe nuove opportunità proprio per i brand che fanno della creatività e dell’innovazione la  dimensione associata al proprio futuro!

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