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Italian Customer Intelligence

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PARTECIPA AL SONDAGGIO: LIDL SI’ grazie o NO grazie?!

Compri le sneakers della Lidl?

Nell’articolo troverai un confronto acceso, quali sono le ragioni del sì e quali le ragioni del no.

SNEAKERS LIDL

PERCHE’ SI’

  1. Sì: Pop Culture

In ciascuno di noi vive un Andy Warhol! Le sneakers Lidl ci fanno rivivere lo spirito della cultura pop. Siamo stufi della ricercatezza, mentre prima eravamo tutti orientati a distinguerci in una massa fluttuante nel mondo. Oggi desideriamo unirci, creare un movimento che riallacci la distanza sociale che intercorre tra ciascuno di noi. Come? Omologandoci… e chi lo dice che l’omologazione sia per forza negativa? Poi se invece volessimo criticare i colori? Ma alla fine sono così Pop, tanto che persino gli artisti si sono lasciati ispirare.

 
Antonio Natale, 2020, Minotaur, acrilico su 12 banconote originali provenienti da varie parti del Mondo, mm.395×290

2. Sì: Lidl, azione Robin Hood

Il Lidl è un supermercato che promette la migliore qualità al miglior prezzo… solitamente, le persone benestanti non badano a spese, la willingness to pay elevata non pone il miglior prezzo come driver. Anzi, il prezzo è indice di uno status symbol, più è alto, più è desiderabile l’oggetto. Un ragionamento poco comune alle persone “normali”… Fatico, infatti, ad immaginare i super-ricchi recarsi al supermercato per andare a comprare le scarpe, me li immagino piuttosto sulle via Montenapoleone, in via Condotti… dove il Lidl si osserva con il binocolo. Allora beati coloro che, anche ingenuamente, abbiano deciso di acquistare le scarpe a poco più di 10 euro. Ora i ricchi le vorranno a tutti i costi (perchè costano tanto e sono in edizione limitata… si tratta di vere e proprie fashion victim) e verranno a comprarle sul mercato secondario a prezzi stellari dalla mamma con 5 figli, dal papà in cassa integrazione, dallo studente universitario con le finanze risicate e da chiunque in questo periodo sia in difficoltà. Lidl ha regalato qualcosa di meravigliosamente straordinario mettendo in scena un’azione alla Robin Hood.

3. Sì: operazione marketing zero spese

Le operazioni di marketing costano e spesso è complesso calcolare il ritorno effettivo, monetizzare il risultato della comunicazione. Ma si sa, l’immagine, il brand… per essere il numero uno, deve essere sulla bocca di tutti. Allora, ecco lo straordinario…! Nessuna modella da cachet stellari, nessun effetto speciale, nessuna campagna ridondante in televisione. Sono bastate un paio di scarpe, una concretezza che ci raggiunge, in un mondo ormai ossessionato dal digital. Grazie Lidl, perché ci hai ricordato che la realtà, nonostante tutto, esiste e non vediamo l’ora di poterla tornare a calpestare camminando, muovendoci… è un presentimento di libertà quello che lasciano trasparire queste scarpe… Probabilmente, quando tutto sarà passato e dovremo ripartire non più correndo, ma volando, aspetteremo di poter comprare le “ali” di Lidl a meno di 15 euro.

Anche se a metterci le Ali… ci aveva già pensato RedBull… ma per così poco! Forse conviene provarle…

Andrea Telesca


PERCHE’ NO

  1. No: Fedez, non mi inganni

Creare un prodotto di design e venderlo ad un prezzo low-cost, ma in tiratura limitata: sembra un’operazione di marketing vicina alle persone, quasi democratica, ma l’apparenza è quanto mai lontana dalla sostanza e, di fatto, non c’è nulla di più snob – nella sua accezione peggiore, quella finto-naïf – di una scarpa Lidl.

L’apparente diffusa accessibilità si scontra con la difficoltà, di fatto, di avere il prodotto. E l’utilizzo di influencer come Fedez ne aumenta il valore percepito. Ecco il meccanismo diabolico, per quanto efficace: sbilanciare il rapporto tra il costo e il valore, come se si trattasse di un’opera d’arte.

2. No: non cado nella trappola del “diversamente ricco”

Le code che abbiamo visto di fronte ai supermercati di tutta Italia non erano di persone incantate dalla straordinaria bellezza delle scarpe, né di sportivi convinti che quelle sneakers miglioreranno le loro prestazioni. Del resto, esclusi i contenuti social di qualche instagrammer, ne avete mai visto in giro un paio? Le persone che hanno acquistato queste scarpe, per la stragrande maggioranza, l’hanno fatto col pensiero di potersi arricchire con una becera operazione di reselling: acquisto oggi un prodotto che andrà rapidamente esaurito e lo rivendo domani, online, a un prezzo 10, 50 o 100 volte superiore.

E a chi lo venderanno? Non certo ai ricchi. I ricchi non fanno code e non fanno aste online per un paio di scarpe Lidl. Le venderanno agli influenzati dagli influencer: ragazzini e ragazzine, che supplicheranno i loro genitori di spendere una follia per farli sentire dalla parte giusta.

 3. No: Oggi è di moda, ma in futuro?

Possiamo dire che le scarpe Lidl sono talmente brutte da sembrare belle? È un po’ così: queste scarpe hanno un discutibile abbinamento di colori, sono ostentatamente cheap e, per quanto Lidl possa permettersi di vendere sottocosto, non hanno senso d’esistere a livello tecnico.

Oggi indossarle può essere di moda e sicuramente possono essere ritenute divertenti. Ma in un futuro prossimo, quale sarà il destino di queste scarpe? Probabilmente resteranno per un po’ sulla breccia, salvo poi cadere nel dimenticatoio e far apparire chi le ha acquistate a prezzi insensati, più citrulli che fashion victim. E allora moriranno sugli scaffali degli – oggi – fortunati acquirenti, che probabilmente le guarderanno riluttanti e penseranno: “ma che cosa mi è mai passato per la testa?”.

Chi vivrà, vedrà.

Francesca Caputo

INSTAGRAM, UN DECENNIO DI ESPERIENZE

Come Instagram ha plasmato il nostro modo di relazionarci al mercato?

Nell’ottobre 2010 Kevin Systrom e Mike Krieger, due visionari trentenni americani, lanciano una nuova applicazione chiamata Instagram (IG), ignari del fatto che la loro creatura avrebbe segnato un punto di discontinuità nella recente storia dei social network. Sono passati poco più di due lustri da quel giorno e il successo di questa piattaforma non accenna a diminuire.

Su Instagram si è già scritto molto, specialmente in quest’anno, e trattare questo social come un caso di studio è probabilmente un cliché.  Perciò, quello che vorrei fare oggi è parlarne mettendomi nei panni di un affezionato utente della piattaforma che cerca di rispondere ad una semplice domanda: come IG ha plasmato il nostro modo di relazionarci al mercato? In altre parole, come ha influenzato l’esperienza che noi consumatori facciamo del mercato e dei suoi prodotti?

Dalla riflessione su questo tema sono emerse tre considerazioni:

  • L’utilizzo delle immagini: Instagram è nato dall’intuizione, più o meno consapevole, che le immagini avrebbero costituito il futuro della comunicazione. Questo aspetto, figlio probabilmente di una tendenza culturale avviatasi dopo la nascita della fotografia digitale, è andato rafforzandosi in questo decennio proporzionalmente alla facilità con cui condividere un’immagine è diventata alla portata di tutti. Anche sugli altri social, che nel 2010 erano già affermati (primo tra tutti Facebook), era possibile condividere fotografie, ma ciò che mancava era, appunto, il mettere l’immagine al centro, dando la possibilità ai propri utenti di comunicare attraverso essa, e relegando i testi ad un ruolo didascalico. Le immagini, complici forse anche la pigrizia e la superficialità di molti utenti appartenenti alla società del XXI secolo, riescono ad essere immediate, evocative, non hanno bisogno di traduzione e permettono di comunicare un ampio spettro di emozioni, concetti e valori.

Risultato: il mondo oggi ragiona per immagini. E noi, come consumatori, non siamo da meno.

  • Il ruolo degli influencer: notoriamente un’idea buona diventa grande quando qualcuno nel mondo capisce che con quella ci si può pagare l’affitto a fine mese. L’affermarsi di IG ha dato avvio al nascere di nuove professioni, prima tra tutte quella degli influencer, e questo ne ha rafforzato e consolidato il successo. Infatti, queste nuove figure hanno fatto della cura dei propri profili su questo social network una vera e propria professione, e questo ha determinato un aumento della qualità dei contenuti, con un conseguente inevitabile impatto positivo sul numero di utenti della piattaforma. Oltre a ciò, mentre Facebook è nato soprattutto per tenersi in contatto con i propri amici, su Instagram si è via via accentuata la dimensione “aspirazionale” dell’utente medio rispetto alle persone famose.

Risultato: gli influencer, specialmente su alcune categorie merceologiche, sono diventati il filtro tramite il quale si scopre il mercato, la nuova vetrina dove scovare la novità.

  • Chi si ferma è perduto: Instagram, in questi anni, è diventato un organismo vivente a tutti gli effetti. Negli anni abbiamo infatti assistito all’introduzione di un’innovazione dopo l’altra, alcune delle quali originali, altre meno… ma diciamo, tutte “liberamente” ispirate a quello che già facevano i competitors. Dopotutto, come diceva Picasso: “I grandi artisti copiano… i geni rubano”. Nei suoi dieci anni di vita, IG non ha mai aspettato che i suoi utenti arrivassero ad annoiarsi: prima di ciò, aveva già introdotto una nuova funzionalità, un nuovo filtro, una nuova eccitante innovazione. Questo denota come l’applicazione abbia compreso e assecondato un’altra caratteristica della platea di utenti di questo secolo: la costante sete di novità.

Risultato: IG, tramite la sua logica e le sue innovazioni, ha alimentato questa sete di novità. Dopotutto, ogni volta che si apre l’applicazione c’è sempre qualche cosa di nuovo ad attenderci.

Con queste mie riflessioni non vanto certo la presunzione di avere esaurito l’analisi dell’impatto sul nostro modo di relazionarci al mercato, che, per ovvi motivi, segue dinamiche e leggi molto più complesse. Ma ho trovato interessante soffermarmi a riflettere su questa piattaforma che, specialmente ora, nell’epoca del social distancing (ammetto che a livello personale assorbe almeno 20-30 minuti della mia giornata), sta diventando il filtro con cui guardiamo il mondo, per viaggiare, per sognare e, perché no, anche per vivere un po’ al di fuori di casa nostra. Mi sbaglio? Con questa provocazione mi congedo… ma ne riparleremo. ByeBye

Cosimo Locatelli

NEN, LA RICETTA PER LA MEMORABILITÀ

Semplicità, effort e humor, il segreto per una pubblicità di cui si parli

Cosa rende una pubblicità memorabile? Sono certo che molti di noi si siano posti questa domanda.  Che voi siate addetti ai lavori, oppure no, sicuramente almeno una volta vi sarete sorpresi difronte ad una pubblicità ben riuscita a porvi questo quesito. Ovviamente le risposte possono essere le più varie, anche perché non tutti siamo colpiti dagli stessi aspetti. Tuttavia ci sono alcune caratteristiche che, a mio parere, accomunano molte delle comunicazioni che hanno avuto più risonanza negli ultimi anni. Per capirci: quelle pubblicità che piacciono talmente tanto che viene voglia di spammarle ai propri amici nei gruppi di WhatsApp o sui social come se fossero un meme o un articolo motivazionale (ciò che oltre Manica chiamano WOM – Word of mouth). Provo a far chiarezza su questi punti con un esempio.

Qualche settimana fa, navigando sui social, mi sono imbattuto nelle pubblicità di NeN: una società di vendita dell’energia, nata in seno ad A2A, ma con il chiaro desiderio di tagliare il cordone ombelicale con la propria genitrice. NeN, che si autodefinisce come la prima EnerTech italiana, si propone come game changer dell’energia con una value proposition innovativa: energia in abbonamento.

Team creativo, NeN.

Riflettendo su cosa mi ha colpito di queste pubblicità e, soprattutto, cosa mi ha portato prima a condividerla su tutti i gruppi di WhatsApp facendomi odiare da molteplici compagnie e amici, poi a scrivere questo articolo, sono i seguenti tre elementi:

Semplicità: significa essere coerenti con un teorema basilare della comunicazione, ovvero una pubblicità, un’idea. In un mondo soffocato da un sovraccarico informativo, l’efficacia di un comunicazione è infatti esponenzialmente maggiore se ci si focalizza sulla trasmissione di una sola idea, di un solo concetto. Azzarderei un “less is more”. Noi tutti abbiamo pregiudizi più o meno radicati sulle società di vendita dell’energia:

  • sulla loro sostanziale indifferenza: vendono tutti le stesse cose… triste ma vero, un kwh è sempre un kwh. Per l’appunto si parla di commodity.
  • sulla loro condotta: è diffusa il “sospetto” che i costi delle bollette lievitino voci di spesa che suonano un po’ come la madre di tutte le supercazzole: “antani con scappellamento a destra”, del famoso Amici miei di Monicelli.
  • sulla loro poca trasparenza: mettendovi una mano sul cuore…potreste veramente dire di aver capito cosa c’è scritto su una bolletta?

Queste comunicazioni sradicano il tradizionale paradigma ed è qui che troviamo il loro primo punto di forza.

Amici miei, 1975 regia di Mario Monicelli.

Effort: la vita ci insegna che solo dalla fatica nasce la soddisfazione. Mi sento di dire che questo vale in una certa misura anche per la pubblicità. Queste pubblicità, infatti, sono meno immediate di quanto sembrano: per coglierne il significato la mente deve fare un minimo esercizio cognitivo, che viene ricompensato da un sorriso finale!

Questo aspetto, per quanto possa sembrare ininfluente, differenzia queste pubblicità da tante altre che semplicemente “subiamo” perché non ci richiedono uno sforzo di comprensione, un’associazione mentale. Nulla di nulla. Calma piatta. Ci impongono semplicemente la loro presenza raccontandoci qualcosa scarsamente innovativo e tendenzialmente ininfluente sulle scelte di consumo. Soggetti inebetiti di fronte ad uno schermo.

Orwell 1984 (Nineteen Eighty-Four), 1984 regia di Michael Radford

Humor: a chi non piace ridere? O almeno sorridere… La lista dei benefici di una risata o anche solo di un sorriso è molto lunga, come Mr. Bean insegna. Ai nostri fini mi sento di sottolineare specialmente un punto: in campo comunicativo, lo humor aiuta memorizzare le cose in quanto il nostro subconscio le associa automaticamente ad un’esperienza positiva, facendo sì che si abbia la tendenza a ricordare il contenuto di una comunicazione e il suo autore. In questo caso un brand e la sua value proposition.

Questo è il terzo e ultimo punto di forza di queste pubblicità. Il premio nascosto per essersi soffermati a guardarle.

Mr. Bean – L’ultima catastrofe (Bean: The Ultimate Disaster Movie), 1997 regia di Mel Smith.

NeN, reinterpretando con magistrale ironia i punti deboli di un mercato che ha seguito le stesse regole per decenni, si pone come punto netto di discontinuità. Mi sento di dire che ciò che si prova di fronte ad una comunicazione di questo tipo, è un senso generalizzato di genuinità in ciò che il brand comunica, ponendosi come baluardo di cambiamento autentico in un mercato scarsamente innovativo.

Ora non ci resta che verificare se, dietro questa buona prima impressione, ci sia anche quella genuina sostanza di cui l’azienda si fregia nelle sue comunicazioni e se, oltre al word of mouth, questa modalità di comunicare ai propri prospect sarà in grado di attrarre nuovi clienti ad alto valore e limitare il churn.  

Ma questa è un’altra storia e direi che per ora ci ha convinti.

#Stay tuned.

Cosimo Locatelli

GOLOSARIA, UN GUSTOSO APPUNTAMENTO DA NON PERDERE!

La bottega della felicità

Mercoledì 28 ottobre inizia Golosaria, un evento organizzato da Paolo Massobrio! Quest’anno Golosaria torna con tantissime novità entusiasmanti!

La prima è che la potremo seguire davvero tutti… da tutte le parti del mondo: l’evento infatti si terrà online, con ospiti eccezionali!

Anche News and Customer Experience seguirà l’evento in modo appassionato… e Mario Sala sarà uno dei protagonisti del programma di questa special edition.

Domenica 1 novembre
ore 16.00 – TALK
La bottega della felicità
Dialogo con Mario Sala (Partner di Praxis Management – editore del magazine News and Customer Experience)

Non resta che registrarsi per non perdere l’appuntamento! Registrati qui

Credits to: Rushnet

LA TRIMESTRALE DEL CLIENTE

FREE BOOK

#FastFashion #FastCasual #FastFood #FastClick #Retailers #ChainStores #MarketPlace #Ecommerce #CustomerService

Non esiste alcun lavoro nella tua impresa che sia davvero ad impatto zero per l’esperienza del cliente…

La Trimestrale del Cliente invece mostra puntualmente dove, come e quanto i risultati di ciascun settore aziendale influiscano sull’esperienza del cliente nel suo viaggio con la tua impresa.

Un’idea molto semplice: una dashboard che monitora la salute che il cliente attribuisce alla tua impresa, ovviamente col fine di migliorarla!

Richiedi la tua copia gratuita compilando il veloce form che trovi qui sotto.

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La Trimestrale del Cliente – Preview

E’ ORA DI PENSARE AL NATALE!

Come brand e catene si “devono” preparare…

Chain Store Age, l’autorevole rivista americana punto di riferimento per i retailers di tutto il mondo si sente di offrire 5 consigli per prepararsi alla stagione dello shopping natalizio. 

Consigli certo utili per tutti, ma addirittura decisivi per coloro che realizzano la maggior parte delle entrate nel periodo natalizio

Le esigenze di cui tener conto sono fra loro contrastanti: ottimizzare le vendite, ridurre al minimo i contatti con le superfici, garantire i distanziamenti.

Il primo consiglio è quello di replicare altrove l’esperienza del negozio installando tende nei parcheggi o in altre sedi aziendali o allo scopo rinvenute e affittate per il breve periodo. Condizione perchè questa soluzione sia vincente è avvertire i clienti in anticipo e disporre di POS mobili e affidabili.

Il secondo consiglio invita a concentrarsi sull’efficienza in negozio in modo da rendere la visita di ciascun cliente il più possibile utile. Viene suggerito in particolare di offrire assistenza ai clienti in coda, aiutandoli con informazioni chiare sull’ubicazione degli articoli o, addirittura, portare la merce al cliente senza farlo entrare in negozio. Anche lo shopping su appuntamento è utile, efficiente e può diventare un’esperienza unica per il cliente che ha tutte le attenzioni e si sente “aspettato”. Certo, occorre pianificare per tempo il tutto motivando il cliente con vantaggi nell’aderire all’opzione-appuntamento.  

Il terzo suggerimento non poteva che riguardare l’efficienza alle casse. Creare un’area di ritiro dei prodotti, favorire al massimo l’opzione “compro online e ritiro in negozio”, assistenti al pagamento con casse veloci in forma di auto-check out, snelliscono la coda, creano un un più veloce ingresso dei clienti in attesa e conferiscono all’aria che si respira in negozio un’atmosfera “smart”.

Il quarto suggerimento consiste nell’assecondare il cliente nel non provare la merce (ad esempio, provare i vestiti), assicurandogli un processo di restituzione veloce ed efficiente. Questo tranquillizza il cliente che “osa” acquisti con più facilità e meno pensieri.

Il quinto consiglio è davvero prezioso. Come fare per rendere personale la relazione col cliente in clima di distanziamento, mascherine e tutto ciò che scoraggia “avvicinamento” e “contatto umano”? Ecco alcuni possibili soluzioni per contrastare queste inevitabili situazioni “impersonali”:

  1. Utilizzare scontrini, ricevute, messaggi di testo, insegne di benvenuto, display, per creare un clima e un’atmosfera in linea coi valori del brand, dell’insegna e del “vecchio” modello di servizio.
  2. comunicazioni post-acquisto “intelligenti”. Non solo la “solita” comunicazione sulla soddisfazione dell’acquisto, ma ulteriori informazioni sul prodotto acquistato, approfondimenti, notizie utili e, naturalmente, altri articoli corredati all’acquisto effettuato.
  3. molte manifestazioni tradizionali delle festività natalizie saranno quest’anno negate (spettacoli, musica, concerti, manifestazioni, articoli tipici del Natale che si comprano per strada oppure ai mercatini) e i retailer potranno riprodurne – almeno in parte – negli store per far vivere l’atmosfera natalizia.

AMAZON CHE LUSSO!

Amazon inaugura Luxury Stores

Amazon ha dato il via a Luxury Stores, un’esperienza di acquisto mobile solo per selezionati membri Prime negli Stati Uniti.

La nuova ed esclusiva esperienza di shopping prende la forma “in store”, ovvero Amazon fornisce gli strumenti per personalizzare i contenuti di ciascun brand di alta moda che aderisce al progetto e i marchi prenderanno decisioni in modo indipendente in merito alla loro offerta e ai prezzi.

Si comincia con le collezioni pre-autunno e autunno/inverno 2020 di Oscar de la Renta, tra cui prêt-à-porter, borse, gioielli, accessori e un nuovo profumo ed è in arrivo anche con l’abbigliamento per bambini.

Ma è solo l’inizio perché nuovi brand – top secret per ora – sono in arrivo per le prossime settimane.

Con uno splendido video di lancio, che potete vedere qui sotto, con protagonista la modella Cara Delevingne e diretto dal regista Bunny Kinney con la collaborazione del designer Jason Bolden, in soli trenta secondi Amazon e Oscar de la Renta ci fanno entrare nell’ atmosfera del Luxury Store.

“Ovviamente” il Luxury Store include “View in 360°”, una funzione interattiva che fornisce dettagli tridimensionali dei capi per visualizzarli meglio e, altrettanto “ovviamente”, anche uno storytelling coinvolgente con immagini e grafica ad alto impatto.

Alex Bolen, CEO di Oscar de la Renta è entusiasta: “In qualità di leader globale nella vendita, Amazon si concentra incessantemente sul miglioramento dell’esperienza del cliente attraverso l’innovazione costante, utilizzando la tecnologia e il feedback dei clienti. Ammiriamo l’attenzione incentrata sul cliente di Amazon e non vediamo l’ora di raccontare la storia del nostro marchio in modi convincenti e coinvolgenti a un numero ancora maggiore di clienti attraverso l’esperienza dei negozi di lusso“.

Ecco che anche i clienti, cosi esclusivi e “personalizzati” dei brand dell’alta moda, stanno per diventare clienti di Amazon che… non mancherà di attivare – c’è da giurarci – offerte, oltre la moda, per questi clienti “d’oro”

3 NUOVI “TOOL” PRESTO DA SCARICARE DAL NOSTRO MAGAZINE

La Trimestrale del cliente, entusiasmo con GLUE e il Genio Collettivo!

Presto 3 belle novità per il nostro magazine dedicato alla customer experience e disponibili gratuitamente per chi si iscrive all’account “News and Customer Experience” di LinkedIn o alla newsletter del magazine stesso.

Ecco una breve anticipazione.

La Trimestrale del cliente è una monografia che prende il nome, per paradosso, dalla trimestrale a cui sono obbligate le società quotate in borsa. Attraverso “la trimestrale” gli investitori verificano l’andamento della “quotata” e cercano di trarne previsioni per il futuro: investire o disinvestire?

La Trimestrale del cliente invece, propone un metodo semplice, brillante e coinvolgente per far valutare i propri risultati trimestrali da un analista importante ed esigente: il cliente!

Ecco che viene quindi proposto di associare i KPI di ogni reparto aziendale distribuendoli secondo la loro influenza e impatto nel customer journey, ovvero per l’esperienza che il cliente vive in ogni tappa del suo viaggio. Il cruscotto che ne deriva è davvero utile come supporto a decisioni importanti, come occasione di coesione di tutto l’ecosistema aziendale e come vera e propria “visione” olistica del cliente. Perché fare la trimestrale del cliente, quali vantaggi porta, come farla e cosa comporta è proprio oggetto della monografia. Autori: Mario Sala e Valentina Romagnoni.

Entusiasmo con GLUE è un libretto di battaglia frutto di quello che si è imparato in campo aperto. Si cresce (solo) per l’entusiasmo dei propri clienti! L’entusiasmo è quindi indispensabile per crescere, ma è anche la cosa più difficile da ottenere!

Ma cosa è davvero l’entusiasmo? Come si suscita? Di cosa specificatamente si entusiasma il cliente? E cosa c’entra l’entusiasmo di chi lavora con noi con quello del cliente? Perché la “strategia” del GLUE ha successi così a breve termine? In cosa consiste? Questo è “l’entusiasmante” contenuto della pubblicazione di Mario Sala, Cristina Picariello e Claudia Torre.

Il magazine renderà presto anche disponibili alcuni video per portare dentro la propria azienda la pratica del Genio Collettivo, l’unica davvero in grado di produrre innovazioni significative anche per il cliente finale. Si tratta della “sequenza” evidenziata da Linda Hill e dai ricercatori di Harvard studiando quelle aziende che hanno dimostrato di sapere cambiare e innovare in continuazione in uno scenario turbolento e mutevole, spesso riprogettando in continuazione la propria offerta.

Insomma, proprio quello che, in seguito all’emergenza sanitaria, occorre faccia anche la nostra impresa.

Perché queste aziende hanno saputo innovare in continuazione? Come mai hanno seguito, pur non conoscendosi, un metodo analogo? Qual è il mindset da importare nelle nostre imprese? Davvero è un’avventura seguire, e poi importare, questo stile di lavoro. Da non perdere i 4, brevi ma efficaci, contributi video di Mario Sala.

Stay tuned!

L’ARANCINO, CALANDOTELO, TI PARLA…

Il giro d’Italia in classe

Quando si nomina il Made in Italy il pensiero va a una serie di eccellenze che rendono il nostro paese famoso in tutto il mondo.  Un patrimonio immenso, variegato, espressione di bellezza e ricchezza delle nostre regioni così diverse, di lavoro e impegno che prendono la forma di prodotti buoni, pregiati, belli.

Ho riscoperto questo patrimonio attraverso gli occhi e il lavoro dei miei studenti, che me ne hanno fatto percepire un valore ulteriore: saper suscitare passione in chi, accostandosi a questo patrimonio, rivede in esso ciò che ama, i propri interessi e anche le proprie radici.

Durante il periodo della Didattica a distanza, forzatamente lontani dalle nostre classi, noi docenti abbiamo cercato di coinvolgerle in progetti che sentissero vicini e potessero coinvolgere tutti in prima persona. Nelle lezioni di geografia, con i ragazzi della mia prima professionale agraria, abbiamo parlato dell’Italia e della sua economia. E di come ad essa appartengano prodotti in cui si esprime la bellezza di questa terra, della sua storia e della sua ricchezza: una combinazione di tradizione, tecnologia e sostenibilità.

Abbiamo cercato di stilare un elenco di tutto ciò che fosse riconoscibile come Made in Italy e la lista sembrava infinita, con esempi riconducibili a tutti i settori produttivi. Ho chiesto allora agli studenti di scegliere uno di questi prodotti o marchi, descriverlo, cercarne la storia e il legame con il territorio a cui appartiene e indagarne l’importanza per il sistema economico italiano.

I ragazzi, legati alla terra non solo per ragioni scolastiche ma anche per passione, hanno parlato della pasta, della mela del Trentino, della bresaola valtellinese e ovviamente della pizza. Alcuni hanno optato per prodotti legati alle proprie terre d’origine. Tutti sono stati in grado di rendere ragione in modo chiaro dei motivi delle proprie scelte. Hanno approfondito prodotti diversi e apparentemente molto lontani, ma è emerso chiaramente come il punto in comune sia la loro storia, che affonda le radici nel territorio da cui hanno origine, con tutta la ricchezza di cui il territorio italiano, con le sue millenarie contaminazioni, è espressione. Insomma, cos’è l’Italia se non il risultato di un incontro di culture che si è protratto per secoli?

I ragazzi, nei loro lavori, lo testimoniano. Tommaso, grande nostalgico della Sicilia (ne parla incessantemente) ha raccontato l’arancino catanese: “Ho scelto questo prodotto – ha scritto – perché è buono, irripetibile e bello esteticamente, mi ricorda l’Etna. Mi fa ricordare la mia terra, dove ho radici”. Tommaso, nella sua descrizione piena di entusiasmo e un po’ istintiva, ha colto un altro punto interessante: “L’arancino, calandotelo, ti parla, ti racconta la storia di popolazioni che hanno colonizzato una terra ricca e prosperosa per far crescere i prodotti di cui è costituito”. Nella sua presentazione parla ad esempio della coltivazione dello zafferano, arrivato in Sicilia con gli Arabi, e del fatto che “mangiando lungo la costa siciliana, sembra di assaporare pezzi diversi di Storia”.

Nicolò, anche lui siciliano, ha scelto il Nocellara del Belice, una varietà di oliva che cresce solamente in una ristretta zona del trapanese: “Quello che ne deriva è l’olio più esportato della Sicilia, per questo possiamo dire che è un pilastro fondamentale dell’economia siciliana”. Anche lui ha voluto soffermarsi su questo prodotto perché fa parte della sua storia: “Al mio paese, in campagna, abbiamo degli alberi di Nocellara”.

Benedetta ha approfondito la storia del miele e della sua produzione piemontese perché “lo ritengo un prodotto davvero gustoso e mi ispirava il fatto che la sua lavorazione sia svolta per la maggior parte dalle api”.

 

La famiglia di Lorenzo, invece, ha un’azienda agricola in Brianza che produce latte. Partendo da qualcosa che conosce molto bene, ha voluto parlare della mozzarella di bufala campana: “Avendo un allevamento di vacche, so il lavoro che c’è dietro per produrre il latte, curare gli animali e alimentarli. Ho scelto questo prodotto perché sono rimasto colpito dal gusto molto saporito, dalla sua consistenza e dal sapore, diverso da quello del nostro latte bovino”.

Dagli approfondimenti degli studenti è emerso un quadro davvero vario e attraente del nostro Paese. I prodotti delle nostre regioni rappresentano una miniera di opportunità, a condizione di saper continuamente raccontare al mondo ciò di cui siamo capaci, suscitando la stessa emozione e lo stesso interesse che il Made in Italy ha fatto nascere in questi ragazzi. Emozione e interesse che sono nati in molti di loro nel rendersi conto di quanto la cura, la passione, il desiderio di fare bene siano la radice dell’eccellenza dei prodotti su cui hanno lavorato.

Ma dove nasce questo desiderio, che porta con sé la passione di fare bene e poi la voglia e la capacità di raccontare questa storia? Da insegnante, non posso che attribuire un ruolo centrale all’educazione: riconoscere il bello è semplice, lo testimoniano i miei studenti, ma c’è bisogno che qualcuno te lo indichi. Abbiamo bisogno, tutti e sempre di più in questo tempo frenetico, di imparare a guardare con calma e stupore ciò che il nostro Paese ci offre. Di soffermarci sul valore di ciò che proviene da una storia complessa, contraddittoria ma ricca e feconda, che deve essere ancora insegnata e raccontata perché lì si trovano le nostre radici. Insomma, questo racconto non può fermarsi alle innegabili qualità di eccellenza che caratterizzano il Made in Italy, ma dovrebbe con coraggio andare oltre e, come è accaduto con i miei studenti, coglierne e saperne comunicare l’altrettanto innegabile dimensione culturale.

Serena Picariello

SE NON DAI NIENTE PER SCONTATO PUOI LAVORARE IN DYSON!

Dall’aspirapolvere senza filo allo zaino che misura la qualità dell’aria, il genio collettivo di Dyson

I prodotti Dyson  fanno parte dei desiderata di ogni donna del pianeta: l’aspirapolvere senza filo e senza sacchetto, oltre ad essere comoda e maneggevole, offre prestazioni di pulizia senza eguali; l’asciugacapelli Supersonic, silenzioso e leggero, asciuga i capelli in modo estremamente naturale, senza danneggiarli; la piastra Corrale permette di lisciare i capelli riducendo della metà i danni da calore; lo Styler Airwrap consente di acconciare i capelli come farebbe il parrucchiere.

Innovazioni frutto del desiderio del fondatore, Sir James Dyson, di creare prodotti diversi, che funzionino meglio di quelli che offre il mercato. Secondo Dyson, la creatività consiste nel creare qualcosa che nessuno era stato in grado di concepire prima, “qualcosa che non esisteva e che risolve problemi mai risolti prima”.

Ed infatti, l’idea che portò all’invenzione della prima aspirapolvere dalla quale prese avvio la fortuna di questo impero nacque proprio dalla insoddisfazione del giovane Dyson per la sua aspirapolvere Hoover, che si ostruiva spesso, perdendo troppo facilmente potenza di aspirazione. E così, dopo anni di tentativi e 5.127 prototipi, venne creato il primo aspirapolvere senza sacchetto a tecnologia ciclonica.

Dyson, quindi, non parte eminentemente dalle opportunità che, via via, offre la tecnologia, ma dall’immedesimazione nel cliente finale con, questo sì, un driver prevalente: l’efficienza. E’ verso questo fattore che l’innovazione di Dyson si concentra.

Quello che impressiona è il numero di innovazioni che Dyson sforna ogni anno: per questo, andrebbe iscritta di diritto fra le imprese campioni per l’innovazione sistematica e continua, come tipico delle imprese riportate da Linda Hill nel suo best seller “IL GENIO COLLETTIVO”.

Dyson fa propria una delle milestone delle aziende che sanno costruire al proprio interno una comunità desiderosa di innovare e capace di farlo: quella del non dar nulla per scontato, mettendo sempre tutto in discussione!

Emblematico è il testo degli annunci per la ricerca e la selezione di chi aspira a lavorare in Dyson: Non tutti i dipendenti di Dyson sono ingegneri, ma li incoraggiamo tutti a ragionare come tali, esaminando ogni aspetto sia nel dettaglio che nella sua visione di insieme”.

Del resto, per produrre uno zaino che misuri la qualità dell’aria (Clicca qui), occorre davvero non dar per scontato nulla!

 

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