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Italian Customer Intelligence

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QUANDO E’ ORA DI CAMBIAR ARIA? TE LO DICE FYBRA…

Igiene dell’aria e delle superfici in tempi come questi

Negli ambienti chiusi e affollati, come nelle aule scolastiche, ma anche in uffici e abitazioni, l’aria che respiriamo si deteriora velocemente, e virus e batteri circolano più velocemente aumentando il rischio contagio. La start up di Milano FBP (Future is A Better Place) ha inventato e brevettato un modo ingegnoso di limitare questo fenomeno. Si tratta di Fybra ® (www.fybra.co), un sensore di qualità dell’aria basato su un algoritmo di machine learning. Questo, infatti, attraverso un’analisi dei parametri ambientali di uno specifico ambiente, impara nel tempo il comportamento della qualità dell’aria restituendo in via predittiva un segnale corrispondente ad un comportamento da attuare sulla ventilazione della stanza. Nelle classi di alcuni istituti di Milano e nel Varesotto è già attivo da mesi, così come in uffici pilota a Milano, Varese, Bolzano, Rimini, ed ha ottenuto risultati brillanti in termini di concentrazioni di inquinanti.

In pratica l’algoritmo, sulla base di una combinazione di calcoli termofisici e fluidodinamici, attiva una luce quando è il momento di aprire la finestra, e calcola il tempo ottimale di apertura, indicando poi il momento ottimo di chiusura (per evitare sprechi di calore ed energia).

Fybra è stato premiato lo scorso gennaio come migliore innovazione nel mondo dell’edilizia sostenibile alla Fiera Klimahouse 2020, dove ha anche ottenuto il premio speciale Casaclima (per la prima volta una azienda vince i due premi contemporaneamente). Il nome, Fybra, sta per “For Young Brains”, perché basato sugli studi che associano ad una migliore qualità dell’aria migliori performance di apprendimento e lavorative, oltre ad un minor tasso di assenteismo per minori problemi di salute legati alla trasmissione di malattie per via aerea.

E’ poi scattata l’emergenza Coronavirus, la chiusura di scuole e uffici ed il lockdown che stiamo vivendo.

A far fronte a tale situazione, il Gruppo di Studio Nazionale Inquinamento indoor dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilasciato una serie di raccomandazioni sull’igiene dell’aria e delle superfici negli ambienti chiusi, ed il ricambio dell’aria ottimizzato è la prima voce, perché considerata cruciale come buona prassi. Gli ideatori di Fybra si sono attivati ed hanno aggiunto svariate linee di calcolo all’algoritmo per potenziarlo, aggiungendo la possibilità di favorire un ricambio d’aria rafforzato finalizzato ad una superiore dispersione di inquinanti indoor, e quindi di batteri e virus. Si tratta in sostanza di una ridefinizione della relazione di equilibrio tra qualità dell’aria e comfort termoigrometrico (ad esempio la temperatura che raggiunge un ambiente). Il potenziamento dell’algoritmo ha privilegiato in maniera specifica la prima, riducendo i vincoli imposti dalla seconda.

I dati raccolti vengono poi messi a disposizione degli utenti: le scuole lo usano come strumento di didattica digitale nelle materie scientifiche per esperimenti, elaborazione dati, grafici e analisi di ogni genere. Gli uffici e le abitazioni monitorano la salubrità dei propri ambienti e attuano in maniera mirata pratiche ad oggi considerate essenziali per un corretto approccio all’ambiente chiuso, anche in epoca di nemici invisibili e pandemie.

Ultima nota interessante dal punto di vista della esperienza di utilizzo: Fybra non è venduto, ma concesso in comodato d’uso gratuito. Si paga solo la fee mensile per il monitoraggio dei dati, e quando ci si stanca, o se non si apprezzano miglioramenti, viene rimosso senza costo alcuno e senza penali. Un modello semplice e trasparente di economia circolare (un dispositivo, fatto tra l’altro tutto di materiale riciclato, ha una vita utile molto più lunga).

Complimenti agli ideatori, ulteriore spunto di creatività e stimolo per la ripartenza in questi momenti difficili. Se volete saperne di più visitate il sito www.fybra.co

IL PARADOSSO STOCKDALE

Come superare una situazione drammatica senza sapere se e quando finirà?

Jim Collins, classe 1958, si è laureato ed ha successivamente insegnato alla Graduate School of Business della Stanford University, dedicandosi a ricerche nel campo delle grandi aziende, studiandone la crescita e i fattori che ne provocano il successo. Nell’ottobre 2001 ha pubblicato il libro Good to Great: Why Some Companies Make the Leap… and Others Don’t (O meglio o niente. Come si vince la mediocrità e si raggiunge l’eccellenza, Mondadori 2007). Frutto di cinque anni di ricerca, il libro è rivolto ai manager di aziende che vogliano trasformare le proprie piccole imprese in grandi colossi, ma insegna anche come applicare alla vita quotidiana le strategie individuate nell’ambito dell’economia aziendale.

Proprio all’interno di questa pubblicazione, Collins racconta di un incontro molto significativo avvenuto durante gli anni di ricerca per la stesura del libro. L’ammiraglio James Stockdale è stato l’ufficiale americano più alto in grado ad essere imprigionato nell’Hanoi Hilton, campo di detenzione di prigionieri di guerra in Vietnam. Durante gli otto anni di carcerazione (dal 1965 al 1973) è stato torturato oltre venti volte, ha sopportato sofferenze atroci e la privazione dei più elementari diritti umani, non sapendo se e quando sarebbe stato liberato né avendo la certezza di sopravvivere e rivedere la sua famiglia. Dopo la liberazione ha raccontato la sua esperienza in un libro intitolato In Love and War, scritto a quattro mani con la moglie.

Collins ha incontrato l’ammiraglio un sabato pomeriggio di primavera nel campus di Stanford e gli ha posto una domanda: come si riesce a sopportare e superare una situazione così drammatica senza sapere se e quando finirà? «Non ho mai perso la mia fiducia su come sarebbe finita» è stata la risposta «Non ho mai dubitato, non solo che ne sarei uscito, ma anche che alla fine avrei vinto io, e avrei trasformato quell’esperienza in uno spartiacque della mia vita. Una vita che, se guardo indietro, non vorrei cambiare» (O meglio o niente, p. 96). Ma la cosa più sorprendente è scoprire chi non ce l’ha fatta a sopportare tale situazione: «Oh, facile» ha risposto Stockdale, «Gli ottimisti». Gli ottimisti: quelli che si dicevano che sarebbero riusciti a uscire entro Natale, poi Pasqua, il giorno del Ringraziamento, e poi ancora Natale… e alla fine sono morti di dolore. Ecco il paradosso Stockdale, come lo chiama Jim Collins: da una parte l’incrollabile fede nella vittoria finale, la certezza che non saremo sopraffatti e sconfitti, tutto andrà bene, pur senza sapere quando; dall’altra un crudo realismo nello stare davanti, giorno per giorno, alle circostanze dolorose e, talvolta brutali, che siamo chiamati ad affrontare. Ma da dove nasce questa fede incrollabile? Da quale pozzo attinge la fiducia nella vittoria finale? La certezza dell’ammiraglio Stockdale risiedeva nella consapevolezza delle proprie risorse, delle proprie capacità, e nella razionale e ragionevole convinzione che il proprio valore fosse più grande della condizione che lo opprimeva, per quanto terribile. Questo lo ha sorretto, generando in lui creatività e risorse imprevedibili.

Da questo paradosso possiamo trarre spunto, come uomini, come donne, ma anche come aziende, organizzazioni e imprese, per affrontare l’odierna emergenza che siamo drammaticamente chiamati a vivere. Siamo certi che torneremo a uscire, a comprare, a vendere e a riunirci dentro i nostri uffici, nelle case degli amici, nei bar e nei ristoranti, nei luoghi dove progetteremo la ripresa della nostra quotidianità. Certi delle nostre risorse, torniamo all’essenziale e potenziamo quelle relazioni tra noi che generano creatività e uno sguardo positivo innanzitutto verso noi stessi. Ma siamo anche pronti ad affrontare la realtà: ci vorranno tempo, fatica e sacrifici. Non accontentiamoci di false speranze, ma cominciamo già ora a costruire su una incrollabile fiducia: nelle nostre risorse, in quelle dei nostri collaboratori e soprattutto nella competenza di coloro che ci guidano e assistono in questo tempo. Impariamo ad attendere, aperti e operosi, insieme.

Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta.

(Emily Dickinson)

Cristina Picariello

QUANTA CODA C’E’ ADESSO NEI SUPERMERCATI VICINO A ME? ECCO CHI TE LO DICE

www.filaindiana.it è il sito che ci avverte quanta coda c’è in questo momento nei supermercati

Davvero semplice, geniale e utile.
È sempre più arduo ottenere, almeno a Milano, la spesa on line e allora occorre andare al supermercato cosa che, in tempi di contagio da coronavirus, è consentito ma è al tempo stesso davvero problematico.
Assembramenti, code, difficoltà a tenere la distanza di sicurezza l’uno dall’altro con il marciapiede che dopo un po’… finisce!
Ma quanta coda c’è ora nei supermercati della mia zona? Quante persone in attesa e quanto tempo di attesa si stima? E quali centri sono aperti? E quelli aperti 24H lo sono davvero anche ora?

Basta andare sul sito www.filaindiana.it, consentire la geolocalizzazione e venire a conoscere quanto tempo per lo smaltimento della coda è previsto in questo momento nei supermercati aperti. Una volta scelto il supermercato e il momento meno… affollato per andarci si potrà contribuire all’aggiornamento cliccando il tasto “io sono qui” nel sito stesso.


www.filaindiana.it è partito da Milano, in un attimo e grazie alla collaborazione degli utenti copre quasi tutta la Lombardia e molto presto arriverà in tutte le Regioni. Complimenti agli ideatori e ai realizzatori del sito!

UN GIOIELLO, PERCHÈ SONO UNICA

Mostra Van Cleef & Arpels «Il Tempo, la Natura e l’Amore»

Dal 30 novembre 2019 al 23 febbraio 2020 la maison francese  di alta gioielleria Van Cleef & Arpels è stata in mostra a Palazzo Reale a Milano. Attraverso gli spunti delle Lezioni americane di Italo Calvino, che hanno guidato il percorso nelle diverse sale attraverso i temi del tempo, della natura e dell’amore, sono stati presentati per la prima volta in Italia oltre 400 gioielli, orologi e oggetti preziosi realizzati da Van Cleef & Arpels fin dalla sua fondazione nel 1906.

Ecco tutte le cose che non potrò mai permettermi di avere, penso entrando.

Camminando nel buio delle sale, contrastato dallo splendore abbagliante dei gioielli dietro alle vetrine, si rimane affascinati dalla bellezza e dalla preziosità degli oggetti esposti. Ogni sguardo è concentrato, le sale sono silenziose. Gli occhi rapiti, soprattutto quelli di molte donne (compreso il mio), balenano davanti a forme sontuose di collane decorate, pietre preziose grandi come nocciole, spille decorate con minuzia difficile a credersi.

Siamo abituate ai grandi magazzini, al caos dei negozi nel centro, a gioielli di poco valore e basso costo che possiamo acquistare in grande quantità seguendo le tendenze del momento. Sulle targhette accanto alle vetrine compaiono invece nomi di grandi regine, principesse, attrici, che hanno indossato quei gioielli dal valore inestimabile.

In una delle ultime sale della mostra si giunge in un angolo dove è possibile guardare un video di intervista a coloro che, giorno dopo giorno, lavorano a Parigi per la maison e ci raccontano di come avviene il processo di creazione dei loro gioielli. Ogni monile è ideato e creato come unicum, lavorato a mano in ogni singolo dettaglio, attraverso l’utilizzo di disegni fatti a mano e strumenti d’altri tempi. Le pietre preziose utilizzate sono scelte, una per una, dal personale della maison secondo gli standard più alti di tutto il settore dell’alta gioielleria.

Forse nessuna di noi potrà mai permettersi di indossare quei gioielli, ma chi di noi non desidera un prodotto che sia stato creato unicamente per sé, secondo il massimo della qualità e della bellezza disponibili sul mercato? Vogliamo adeguarci alle mode, compriamo seguendo le tendenze proposte… ma se troviamo qualcuno vestito come noi, non ci arrabbiamo forse? Questa “buona incoerenza” è propria della nostra natura umana. Abbiamo paura a sembrare “diversi” dagli altri, ma allo stesso tempo desideriamo essere unici: perché? Perché lo siamo! Ciascuno di noi, senza eccezioni, ha un aspetto, un pensiero, caratteristiche, una storia, almeno per un dettaglio, diversi da quelli di chiunque altro abbia mai calcato il suolo terrestre. Nella nostra società odierna, dove l’omologazione è quasi d’obbligo, non riusciamo a scrollarci di dosso questa profonda esigenza di essere riconosciuti come unici e, quindi, meritevoli di altrettanto unici prodotti. Van Cleef & Arpels, produttori di bellezza, ci ricordano attraverso ogni oggetto, che siamo fatti per tale bellezza e preziosità e che loro se ne prendono cura.

Uscendo dalla mostra non ho certo portato a casa monili e pietre preziose. Ho riacquistato qualcosa di ancora più sorprendente: sono unica. Meglio prendersene cura.

Cristina Picariello

 

E POI? DOMANDA!

Quando la bolla delle nostre certezze esplode

Nel suo celebre diario intitolato Il mestiere di vivere (pubblicato postumo nel 1952) così scriveva Cesare Pavese: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Quanto spesso ci fermiamo a pensare che le cose non sono scontate? Che nulla veramente ci è dovuto? In questi giorni, così particolari per la situazione di crisi che stiamo attraversando, forse non è difficile rendersene conto. La nostra quotidianità non è più così scontata: andare a scuola, al lavoro, a fare sport oppure spese, incontrare gli amici, fare le riunioni, lavorare nei negozi, scambiarsi abbracci o strette di mano. Spesso viviamo come dentro ad una bolla, fatta di certezze e stili di pensiero, idee verificate, progetti ben definiti, credenze forse poco dimostrate, ma che ad ogni modo ci fanno sentire sicuri e protetti. Lo studioso americano Greg Lukianoff la chiama bubble mentality, mentalità della bolla: noi dentro, assieme a chi la pensa come noi, e tutto il mondo fuori. Poi accade un imprevisto e così la nostra bolla scoppia, esponendoci a una vasta gamma di emozioni e stimoli che non ci saremmo forse mai augurati.

Quando la bolla delle nostre certezze esplode, la realtà ci urta con prepotenza. Può essere un’invasione di bellezza a spalancarci gli orizzonti, come accade ai bambini davanti alla novità che sono tutte le cose. Mai come in questi giorni, però, sappiamo che la sorpresa dello stupore può essere generata anche da fattori assai meno positivi. Che cosa ci auguriamo, proprio in questi tempi bui? Che finiscano presto. E poi? Pavese, durante la guerra, scrive: «Avrei voluto trovare tutto come prima, come una stanza che era stata chiusa» (La casa in collina, 1948). Eppure questo sappiamo che non è possibile. Ma in fondo, ce lo auguriamo davvero? Se le cose che accadono e spaccano i nostri confini non lasciassero nessuna traccia, sarebbero in fondo insensate. Quando un bambino si meraviglia ha come immediato impeto quello di domandare. Domandare che cosa sono quei portenti o gli oggetti di paura che lo circondano, chiedere “ai grandi” una spiegazione che renda ragione del loro stupore e li aiuti a conoscere ciò che hanno davanti. Noi adulti abbiamo forse perso l’abitudine a domandare “ai grandi”, alla realtà che ci circonda, anche a noi stessi, il perché delle cose che ci colpiscono o ci fanno paura. Talvolta non sappiamo a chi domandare, altre non sappiamo quale domanda porre, temiamo la risposta o pensiamo di conoscerla già, altre ancora non ci meravigliamo affatto. Se c’è, in questo tempo, una fortuna è che di risposte non ne abbiamo già preconfezionate e certamente riconosciamo di averne bisogno.

Lasciamoci allora spalancare come finestre dal vento impetuoso delle circostanze, disponibili e silenziosi, con domande aperte e sguardi attenti a cogliere gli accenti di verità che ci circondano. Così potremo tornare alla quotidianità senza che questo tempo sia passato senza lasciare tracce.

Cristina Picariello

UN’AUTENTICA GIOSTRA DI MODA

Gucci Milano Fall-Winter Women’s Fashion show 2020

Il 19 febbraio scorso, durante la seconda giornata della Milano Fashion week, è “andata in onda” la sfilata della casa di moda fiorentina Gucci, per la collezione autunno-inverno femminile. Gli ospiti, invitati direttamente da Alessandro Michele, direttore artistico della maison, poco prima di accomodarsi nelle prime file sono stati accolti in un modo pressoché insolito.
Il video della sfilata – pubblicato sul canale Youtube di Gucci – si apre proprio con immagini di backstage, dove il brusio fa da sottofondo a un via vai di modelle e di modelli ancora nella fase “preparatoria” prima dello show. Alessandro Michele è lì, nel bel mezzo dell’anticamera di quella che si rivelerà una performance a tutti gli effetti: i lunghi capelli neri, la camicia rossa e nera a scacchi lo rendono riconoscibile anche in mezzo alla confusione.

Sognare o essere desti?

Il primo approccio potrebbe far pensare di essere capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato: forse un errore organizzativo? Forse una messa in scena iniziata troppo presto? Gli ospiti, dopo essere stati salutati personalmente da Michele, lasciano il backstage affollato che comincia a svuotarsi dopo quasi 45 minuti da inizio video. In sala cala il buio, ma si intravedono delle forme rettangolari in penombra, come fossero finestre da scoprire, su una musica che comincia piano a diffondersi e a incalzare sempre di più. Gli spettatori (live e virtuali) non sanno che cosa stia per accadere, mentre l’atmosfera rimane misteriosa e intrisa di magia. Mentre la musica continua il suo corso, compare in alto un pendolo ricoperto di luci al neon, pronto a scandire il tempo con il suo “tic tac”. Lo scandire del tempo (tema che ricorre nelle sfilate di Gucci), lascia spazio a una voce over parlante: è Federico Fellini.

“Il cinema, che era proprio questo, era suggestione ipnotica, era ritualistica, c’era qualcosa di religioso; si usciva di casa, si parcheggiava la macchina in qualche posto, poi ci si incolonnava e partiva tutto il rituale. Il biglietto, la tenda che si apriva, la mascherina, guardarla mezza illuminata, riconoscere degli amici. Poi, questa luce che si attenua, lo schermo che si accende e comincia la rivelazione, il messaggio. Un rituale antichissimo, di sempre, che ha cambiato forma e modi, ma era sempre quello: sei lì per ascoltare.”

Proprio sulle parole di Fellini, la penombra comincia a svanire e dopo un rullo di tamburi accompagnato da una musica leggera, le finestre – prima oscurate – si spogliano della tenda rosa che le copriva mostrando il punto focale dello show: la luce illumina il backstage.
La rappresentazione è a metà tra una giostra e un carillon, una sorta di meta-teatro intersoggettivo in cui le voci si incastrano, si sentono i commenti spontanei di chi sta lavorando e si vedono i movimenti non studiati che precedono una sfilata. L’idea è geniale: si sta mettendo in scena la vera storia che nasce e cresce dietro le quinte, dietro il sipario, dentro i meccanismi di quella giostra che ha cominciato a girare.

Il processo di raffigurazione è fuso con la sua stessa realizzazione; lo spettatore è catapultato dentro il backstage di una sfilata di alta moda firmata Gucci, riesce a sentirne i profumi, a toccare le consistenze degli abiti e a capire effettivamente che cosa precede la performance che è abituato a vedere finita e perfetta. L’unico limite? Il vetro.
Questo, infatti, separa fisicamente lo spettatore da coloro che vivono internamente la giostra, è un filtro che separa il dentro dal fuori, ma che non proibisce – ma anzi consente e vuole che accada – di essere oltrepassato e di godere dello spettacolo.

Come ogni rituale che si rispetti, appare il momento della “vestizione”, in cui le modelle e i modelli sono visti da una prospettiva di “comune normalità” e non come creature perfette e impeccabilmente impostate. Per la prima volta allo spettatore è concesso un poter guardare diverso da quello a cui è solitamente esposto e che gli è solitamente concesso: il poter guardare questa volta oltrepassa la barriera del “risultato finale”, raggiungendo la natura più autentica della sfilata, un’intimità decisamente più forte. Compare Gucci, dall’inizio alla fine della sua rappresentazione.

Sicuramente lo show si appoggia sulla dinamicità; la presenza stessa della giostra è dinamicità, così come il carillon. Una giostra che gira, gruppi di persone che si muovono a destra e a sinistra, in lungo e in largo, le voci sovrapposte, i tessuti in movimento.

Questo forte dinamismo non si ferma mai: la giostra centrale continua il suo corso anche nel momento in cui la modella o il modello, pronti, vestiti, truccati e sistemati, raggiungono il perimetro del cerchio e stop: si fermano. Uno a uno ogni soggetto prende il suo posto sulla pedana e l’effetto che si viene a creare è magnifico, soprattutto dal punto di vista del pubblico spettatore.

Infatti, se al centro della giostra tutto continua a muoversi in sintonia con il roteare della pedana, il perimetro si completa di persone ferme dallo sguardo fisso in avanti e una luce quasi “caravaggiesca” che li colpisce dando forma a giochi di luci e ombre perfetti. Così, le modelle e i modelli appaiono come figurine-soldatini dentro il carillon griffato Gucci, mentre il grande pendolo al neon continua a scandire il tempo sulle note del Bolero di Ravel.

Tutti hanno preso il loro posto, il movimento interno dei vestieristi (rimasti al centro della pedana) si è concluso, la luce si alza omogenea su tutta la giostra che continua a girare, lasciando il pubblico libero di godere della manifestazione estetica messa in atto da Alessandro Michele.

I capi proposti sono diversi, ma restano coerenti con gli stili che da anni ispirano la maison fiorentina. Colori sgargianti, tessuti e trame differenti, calzettoni al polpaccio, sandali, cappelli e tantissimi accessori. I personaggi dello spettacolo Gucci sono diversi tra loro: compare la fiaba, il cinema, ma anche il circo, la malinconia, il mistero, la religione, la libertà, l’eccentricità. Non a caso ritorna il tema della sfera infantile, associata alla voglia di essere liberi e spensierati: nostalgia? Potrebbe essere connessa alla stessa giostra che gira, elemento caratterizzante dei ricordi di quando si era bambini.

Alcuni esempi di abiti alla sfilata.

Dopo una serie di minuti, accade qualcosa di inaspettato: la musica incalza e su una delle note più alte, la giostra si ferma. I modelli e le modelle escono dalla pedana e cominciano a sfilare, lasciando spazio ai vestieristi di scambiarsi di posto: la giostra riparte. Ora, però, l’effetto visivo è magico. La giostra gira in un senso, i modelli e le modelle – fuori – in un altro.

I due movimenti alternati: la giostra e i/le modelli/e.

Il movimento è assoluto e si accorda perfettamente con la musica che sta per regalare l’ultima nota; la giostra si ferma, la luce si abbassa e tanti piccoli fari al neon puntano verso l’alto: entra Alessandro Michele e il sipario si chiude.

I ruoli si scambiano: i modelli e le modelle sfilano fuori, mentre i vestiaristi sono immobili lungo la pedana.

Una macchina da presa, degli amici attorno disposti ad aiutarmi, una troupe straordinaria, proprio di circensi, di quelli che mentre montano il circo fanno spettacolo, ugualmente lo fanno mentre lo smontano e anche la partenza diventa spettacolo. Forse è una dichiarazione d’amore al cinema, forse un pochino troppo privata, forse narcisistica; ripeto, spudorata, senza limiti.. ma comunque, è quello che ho fatto.

Gucci, sulle parole di Fellini, ci ha concesso di vivere l’esperienza del montaggio del circo, del grande spettacolo durante il montaggio-smontaggio, della forte costruzione della forma che da sempre rimane privata ma, allo stesso tempo, spettacolare. Inclusività, intimità, assenza di limiti: una dichiarazione d’amore verso l’arte e la moda.
Sotto il video integrale dell’evento; al minuto 46:24 parte la voce di Fellini.

Marta Mancosu (Linkedin)

PASSEGGIANDO NEL CHIOSTRO CHANEL RIVIVE IL PASSATO

Collezione Chanel Haute Couture gennaio 2020

Il Grand Palais di Parigi ha regalato nuove emozioni durante le sfilate parigine della casa di moda francese (ne avevamo parlato qui, clicca). Virginie Viard (da sempre braccio destro di Karl Lagerfeld e ora sua degna sostituta, nonché prima donna a ricoprire il ruolo di direttrice artistica dopo Coco Chanel) ha portato avanti l’immagine di un brand intramontabile.

Questa volta lo spettacolo in cui ci siamo imbattuti come spettatori virtuali, ha toccato le note del passato di Coco Chanel. Un grande giardino silenzioso, minimale ma allo stesso tempo evocatore di sensazioni, immaginazione e intimità. Non a caso la direttrice artistica ha voluto omaggiare l’infanzia di Coco Chanel che ai tempi “si chiamava” ancora Gabrielle, attraverso la messa in scena dell’Abbazia Cistercense di Aubazine (luogo ancora esistente, precisamente a Corrèze). Vi starete chiedendo il motivo di una tale scelta: dopo la morte prematura della madre, avvenuta nel 1885, Gabrielle ha trascorso l’infanzia e quasi tutta la sua adolescenza proprio in quell’abbazia francese: ne uscì a diciotto anni.

Circondata da donne in abiti austeri privi di cromie diverse dal bianco e dal nero, Gabrielle ha cominciato a captare i simboli e le linee che ne avrebbero contraddistinto il lavoro anni dopo.

Il chiostro dell’abbazia cistercense di Aubazine.

La sfilata ha rappresentato proprio questa pagina della sua vita, come un ritorno nel chiostro in cui era solita camminare, immersa nel silenzio rigoroso (e rigoglioso di piante e fiori) fatto di mistero e ispirazione. Lo spettatore si è ritrovato nel bel mezzo di quel giardino, lo stesso che Gabrielle era solita frequentare: tra vere piante, fiori, ciottoli e una fontana, l’ambientazione ha consentito un realistico sipario di fine ottocento e per un attimo, il pubblico è stato ospite dell’antico orfanotrofio e ha sostato, infine, per godersi lo spettacolo. Un retour au passé perfettamente riuscito!

Esempio di un abito della sfilata

Come nelle storie più vere, Virginie Viard ha proposto una collezione primavera-estate 2020 strettamente connessa a tutti i segni che – come diamanti – si sono incastonati nell’animo di Gabrielle, pronta a tramutarsi in mademoiselle Chanel.

Esempi di alcuni abiti alla sfilata

La sfilata si è aperta con le note degli Opus III in una versione totalmente a cappella della canzone It’s a fine day: “It’s a fine day, people open windows. They leave the houses, just for a short while”, è la prima frase caratteristica della canzone, la stessa che – letteralmente – quel bel giorno di gennaio, ha fatto uscire di casa centinaia di persone, anche solo per un quarto d’ora di show. Su una playlist incantevole dalle note leggiadre, le modelle hanno percorso l’intero chiostro, intrecciandosi come pedine su una scacchiera: l’effetto visto dall’alto è incredibile.

La vista dall’alto all’uscita finale delle modelle della sfilata primavera-estate 2020

La stessa leggiadria si è riscontrata a partire dai grandi lenzuoli bianchi e puliti stesi al sole, da cui – una alla volta – le modelle hanno fatto il loro ingresso.

Il cromatismo bianco-nero è stato il protagonista, insieme con il rigore degli abiti in tessuto bouclé, in perfetto stile Chanel. Nessuna scollatura, nessuna abbondanza  nelle linee, i collant bianchi anni ’60 leggermente velati; elementi che hanno portato i capi ad alternarsi tra serietà e leggerezza, proprio come insegna il paradosso insito nella personalità della “doppia c”. Il rigore maschile e l’astuzia femminile fusi insieme come una fragranza riconoscibile a km di distanza.

Si nota la parvenza di colore in pochissimi ricami cuciti su alcuni lunghi abiti; una punta di azzurro, giallo e un rosso chiaro e sfumato. Forse un richiamo alle vetrate dell’abbazia? Non ne abbiamo la certezza, ma resta assodato quanto i valori della donna Chanel si traspongano, ancora oggi nel 2020, nei sessantuno abiti  proposti alla sfilata.

 

Una donna elegante, sofisticata e talvolta seria, capace di affrontare le difficoltà ma soprattutto sicura di quello che è. Non per forza proporre outfit semplici e lineari equivale a non essere femminili, anzi: una donna può essere esattamente entrambe le cose, libera e sicura può camminare ovunque, nel silenzio di un giardino d’infanzia o per le vie confusionarie di una città. Questa è l’esperienza che si immaginano di fare, e soprattutto di vivere, le clienti che comprano un capo firmato Chanel.

La bellezza comincia nel momento in cui decidi di essere te stesso” (Coco Chanel).

Il video completo della sfilata qui sotto, buona visione!

Marta Mancosu (Linkedin)

 

FOOD & THE CITY: TEMAKINHO

A cena da Temakinho.

Nella vita frenetica di Milano sembra difficile trovare un momento per fermarsi e gustare del tempo insieme. Per tre giovani donne di quasi 30 anni, amiche da quindici anni e adesso coinquiline nella grande metropoli, le occasioni per fermarsi e stare insieme sono rare. La vita di tutti i giorni corre tra il lavoro, i corsi di yoga, fidanzati con cui si organizza il matrimonio, l’appartamento da pulire, i nipoti da accompagnare in piscina il sabato mattina e le commissioni da svolgere durante il weekend perché in settimana “non c’è mai tempo”.

Non c’è mai tempo. Sembra impossibile ma, pur condividendo la stessa casa, non capitano di frequente sere in cui potersi sedere insieme a tavola e raccontarsi della vita, delle fatiche e delle cose più belle che ci stanno capitando. Per noi italiani il momento dei pasti ha un’importanza fondamentale. Attorno al tavolo, gustando cibi semplici e preparati col cuore, condividiamo le nostre vite. Passiamo ore seduti a chiacchierare tra le briciole e i tovaglioli stropicciati, proponendo vivande a non finire perché quel momento di vera compagnia non finisca. I 42 minuti di pausa pranzo durante i giorni di lavoro difficilmente permettono un’esperienza del genere, così come gli straordinari e gli impegni durante la sera. E così ho deciso di chiedere alle mie amiche di uscire a cena insieme da Temakinho, ristorante nippo-brasiliano nel cuore di Milano. Un momento per noi, per stare insieme: a tavola. La capitale lombarda conosce ben cinque locali distribuiti per la città, io ho scelto di prenotare in quello di Brera.

Immagine tratta da www.temakinho.com

La cucina giapponese ha incontrato quella brasiliana agli inizi del Novecento, quando famiglie provenienti dall’Estremo Oriente hanno raggiunto le coste brasiliane. Ne è nata una comunità, che ha generato una nuova tradizione culinaria dall’incontro tra il riso e il pesce freschissimo, con i colori e la frutta tropicali: “Temakinho è creatività, gioia, sapore e ingredienti di alta qualità”.[1] Venerdì sera ci siamo incamminate verso questa promessa e molte altre, forse non dette. Il caldo del locale ci ha accolto avvolgente e colorato, le sale piene vociavano di chiacchiere, samba e risate. I camerieri sorridenti e gentili ci hanno accompagnato dal primo saluto; la cordialità e la passione di alcuni di loro ci hanno guidato nella scelta dei piatti e sul modo in cui fosse meglio gustarli. Le divise dalle stampe tropicali si mescolavano alle pareti e i colori vivacissimi erano attenuati solo dalla luce soffusa di poche lampade al piano superiore del locale. Abbiamo ordinato involtini di pesce crudo e scottato, guarnito con salse piccanti o alla frutta esotica, assaggiato gamberi rossi crudi freschissimi e coni di alghe riempiti di pesce crudo, riso e guacamole. La qualità delle materie prime si coglieva al primo assaggio e i sapori particolari di una cucina nata dall’incontro tra diversità si sprigionavano a poco a poco: mai prevedibili, mai uguali. Tutto scelto insieme, tutto da condividere per poter assaggiare più piatti possibili. L’attesa dei piatti è stata lunga, dovuta forse alla grande quantità di persone che gremiva il locale. Tra un pettegolezzo e un discorso importante abbiamo aspettato e, finalmente, assaggiato l’ampia varietà dei piatti proposti. I prodotti offerti sono talmente vari e complessi che la carta ne risultava di difficile lettura e la scelta poco agile. Tuttavia, ci siamo destreggiate tra la varietà e particolarità della cucina proposta e i gusti di ciascuna sono stati soddisfatti.

Immagine tratta da www.temakinho.com

Creatività, gioia, sapore e ingredienti di alta qualità. Temakinho ha mantenuto tutte le sue promesse, nel sorriso dei camerieri, le chiacchiere scherzose passando tra i tavoli, i cocktail esotici e il cibo gustoso e bellissimo; ma soprattutto ha mantenuto la promessa che, chi organizza una cena in compagnia delle proprie amiche, si porta “da casa”: un luogo per stare insieme, a tavola, gustando la bellezza della propria amicizia. Tre ragazze dalla vita frenetica, sedute per due ore attorno a un tavolo, tra i colori, la musica e il cibo, atteso, ma squisito. Abbiamo riso, scherzato, parlato delle cose più intime e preziose che stiamo vivendo. Abbiamo mangiato assaporando ogni boccone dal gusto unico e nuovo, come quel riconquistato momento di compagnia semplice e sincera, senza orari né cartellini da timbrare.

Cristina Picariello

[1] www.temakinho.com

VERONIKA VELKOVA: FACILITÀ, IMMEDESIMAZIONE E DOMANDARE

Veronika Velkova, Trainer presso il Gruppo Teddy, condivide con i lettori di News & Customer Experience le “cose” imparate nel 2019

Nell’articolo “Le 10 cose che ho imparato quest’anno e buone per il 2020” (clicca qui), Mario Sala inaugura il 2020 di News & Customer Experience con il proprio, personale, “bagaglio” che, dal 2019, porta con entusiasmo nel 2020. L’articolo si conclude con l’invito ai lettori di condividere le proprie personali “cose” imparate nel 2019.

Di seguito la risposta di Veronika Velkova, trainer presso il Gruppo Teddy (clicca qui per approfondire).

Veronika

Ho imparato che (1) fare la differenza non è cosi difficile come pensano tutti. Non bisogna fare delle cose straordinarie, delle nuove invenzioni o super investimenti per fare la differenza. Bisogna “solo” (2) immedesimarsi con il cliente e… Il trucco è fatto! Se fossi io il cliente, cosa vorrei che mi offrissero? Come vorrei che mi trattassero? O perché no, lo (3) chiederei direttamente al cliente!

Gli esempi che preferisco (tra “quelli” che fanno la differenza) sono:

  • Amazon, che ti offre il servizio di video on demand come cliente Prime.
  • Maison du Monde, che ti propone le vendite private (puoi comprare 1 settimana prima dei saldi ai prezzi dei saldi, ma solo tu che sei cliente).
  • Zara, che ti restituisce i soldi di quello che hai acquistato se cambi idea.
  • Tentree, che pianta 10 alberi per ogni capo acquistato.
  • Il bar sotto casa, dove basta entrare e già sanno che aspetti il cappuccino chiaro con il latte di soia e che tra le brioche preferisci quella vegana.

Sono tutti esempi diversi, però li unisce una cosa – il loro cliente è contento!
Mi piace molto una frase per questo inizio 2020: “Tutti noi riceviamo gli stessi 365 giorni. L’unica differenza è che cosa ne facciamo“: se ci mettiamo con impegno a comprendere cosa può rendere il nostro cliente più felice, possiamo dire che abbiamo utilizzato benissimo i nostri 365 giorni!

M. BALDONI: RECUPERARE L’ENTUSIASMO NEI RAPPORTI

Marco Baldoni, Senior HR Consultant di R Consulting Srl, condivide con i lettori di News & Customer Experience le “cose” imparate nel 2019

In un mondo in cui la vacuità appare prorompente, la pubblicità impone modelli di consumo incessante, in cui rottamare è sinonimo di innovazione e cambiamento, fa piacere pensare che alcune cose possano avere una vita assai più lunga di quella per la quale sono state realizzate. Il Natale è finito, e l’Epifania non solo tutte le feste ha portato via, ma anche desideri ed opportunità perdute dell’anno ormai trascorso.

Pensiamo allo shopping, ad una signora che osserva, smaniosa ed eccitata, un abito luccicante esposto in vetrina. Una volta acquistato ed indossato, però, questo vestito non pare più lo stesso, ha perso la sua attrattività, sembra irriconoscibile. Il possesso di quell’oggetto, così fortemente desiderato, paradossalmente, implica un deprezzamento dello stesso bene, che solo fino a quando restava irraggiungibile appariva splendente.

Il volo di Icaro – Henri Matisse

La società attuale induce, stimola molti desideri di un “qualcosa” che, appena posseduto, perde ogni tipo di valore. In realtà, ciò che si desidera davvero, forse, non è l’oggetto, ma uno svago. Si desidera desiderare. Vorremmo avere una distrazione, passare del tempo con leggerezza, uscire dagli schemi abituali, ritrovarci in rapporti più affettivi o comunque più soddisfacenti?! Non riusciamo a dircelo ed allora ci compriamo un abito nuovo, cercando, insomma, un appagamento in ciò di cui non abbiamo realmente bisogno.

Potrà apparire insolito il paragone, ma anche nelle organizzazioni talvolta accade lo stesso. Vi sono molti strumenti gestionali che vengono messi da parte solo perché non sono più di moda. Così ci inventiamo la formazione che deve anche intrattenere, colpire come le paillettes, i like nella valutazione. Non intendo dire, ovviamente, che tutto ciò che è nuovo sia inutile, tutt’altro; solamente che non tutto ciò che è nuovo è utile.

E allora, recuperiamo l’entusiasmo nei rapporti, concentriamoci nella profondità delle relazioni, nella sincerità e nell’affettività negli scambi, perché solo la componente umana sopravvive.

L’Icaro di Matisse – immagine fulcro del nostro incontro – raffigura bene questa dimensione “indistruttibile”, rappresentando un uomo dinoccolato che vaga sperduto nell’universo ma che, al veder le stelle, si accende. E’ un uomo d’ombra e vola in un infinito abitato da stelle lucenti.

Noi tutti siamo goffi, probabilmente, come l’Icaro di Matisse. Siamo uomini d’ombra e ci è difficile volare, eppure, se per un attimo fossimo capaci di lasciarci andare alla curiosità ed all’esplorazione di un rapporto umano vero, ci renderemmo conto che non c’è limite che possa imprigionare la certezza e la bellezza del successo. Soltanto allora, avremo raccolto le nostre soddisfazioni e le nostre gratificazioni professionali e, come Icaro, anche noi avremo toccato le stelle!

Ad maiora!

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