Author

Italian Customer Intelligence

Italian Customer Intelligence has 482 articles published.

AMAZON CHE LUSSO!

Amazon inaugura Luxury Stores

Amazon ha dato il via a Luxury Stores, un’esperienza di acquisto mobile solo per selezionati membri Prime negli Stati Uniti.

La nuova ed esclusiva esperienza di shopping prende la forma “in store”, ovvero Amazon fornisce gli strumenti per personalizzare i contenuti di ciascun brand di alta moda che aderisce al progetto e i marchi prenderanno decisioni in modo indipendente in merito alla loro offerta e ai prezzi.

Si comincia con le collezioni pre-autunno e autunno/inverno 2020 di Oscar de la Renta, tra cui prêt-à-porter, borse, gioielli, accessori e un nuovo profumo ed è in arrivo anche con l’abbigliamento per bambini.

Ma è solo l’inizio perché nuovi brand – top secret per ora – sono in arrivo per le prossime settimane.

Con uno splendido video di lancio, che potete vedere qui sotto, con protagonista la modella Cara Delevingne e diretto dal regista Bunny Kinney con la collaborazione del designer Jason Bolden, in soli trenta secondi Amazon e Oscar de la Renta ci fanno entrare nell’ atmosfera del Luxury Store.

“Ovviamente” il Luxury Store include “View in 360°”, una funzione interattiva che fornisce dettagli tridimensionali dei capi per visualizzarli meglio e, altrettanto “ovviamente”, anche uno storytelling coinvolgente con immagini e grafica ad alto impatto.

Alex Bolen, CEO di Oscar de la Renta è entusiasta: “In qualità di leader globale nella vendita, Amazon si concentra incessantemente sul miglioramento dell’esperienza del cliente attraverso l’innovazione costante, utilizzando la tecnologia e il feedback dei clienti. Ammiriamo l’attenzione incentrata sul cliente di Amazon e non vediamo l’ora di raccontare la storia del nostro marchio in modi convincenti e coinvolgenti a un numero ancora maggiore di clienti attraverso l’esperienza dei negozi di lusso“.

Ecco che anche i clienti, cosi esclusivi e “personalizzati” dei brand dell’alta moda, stanno per diventare clienti di Amazon che… non mancherà di attivare – c’è da giurarci – offerte, oltre la moda, per questi clienti “d’oro”

3 NUOVI “TOOL” PRESTO DA SCARICARE DAL NOSTRO MAGAZINE

La Trimestrale del cliente, entusiasmo con GLUE e il Genio Collettivo!

Presto 3 belle novità per il nostro magazine dedicato alla customer experience e disponibili gratuitamente per chi si iscrive all’account “News and Customer Experience” di LinkedIn o alla newsletter del magazine stesso.

Ecco una breve anticipazione.

La Trimestrale del cliente è una monografia che prende il nome, per paradosso, dalla trimestrale a cui sono obbligate le società quotate in borsa. Attraverso “la trimestrale” gli investitori verificano l’andamento della “quotata” e cercano di trarne previsioni per il futuro: investire o disinvestire?

La Trimestrale del cliente invece, propone un metodo semplice, brillante e coinvolgente per far valutare i propri risultati trimestrali da un analista importante ed esigente: il cliente!

Ecco che viene quindi proposto di associare i KPI di ogni reparto aziendale distribuendoli secondo la loro influenza e impatto nel customer journey, ovvero per l’esperienza che il cliente vive in ogni tappa del suo viaggio. Il cruscotto che ne deriva è davvero utile come supporto a decisioni importanti, come occasione di coesione di tutto l’ecosistema aziendale e come vera e propria “visione” olistica del cliente. Perché fare la trimestrale del cliente, quali vantaggi porta, come farla e cosa comporta è proprio oggetto della monografia. Autori: Mario Sala e Valentina Romagnoni.

Entusiasmo con GLUE è un libretto di battaglia frutto di quello che si è imparato in campo aperto. Si cresce (solo) per l’entusiasmo dei propri clienti! L’entusiasmo è quindi indispensabile per crescere, ma è anche la cosa più difficile da ottenere!

Ma cosa è davvero l’entusiasmo? Come si suscita? Di cosa specificatamente si entusiasma il cliente? E cosa c’entra l’entusiasmo di chi lavora con noi con quello del cliente? Perché la “strategia” del GLUE ha successi così a breve termine? In cosa consiste? Questo è “l’entusiasmante” contenuto della pubblicazione di Mario Sala, Cristina Picariello e Claudia Torre.

Il magazine renderà presto anche disponibili alcuni video per portare dentro la propria azienda la pratica del Genio Collettivo, l’unica davvero in grado di produrre innovazioni significative anche per il cliente finale. Si tratta della “sequenza” evidenziata da Linda Hill e dai ricercatori di Harvard studiando quelle aziende che hanno dimostrato di sapere cambiare e innovare in continuazione in uno scenario turbolento e mutevole, spesso riprogettando in continuazione la propria offerta.

Insomma, proprio quello che, in seguito all’emergenza sanitaria, occorre faccia anche la nostra impresa.

Perché queste aziende hanno saputo innovare in continuazione? Come mai hanno seguito, pur non conoscendosi, un metodo analogo? Qual è il mindset da importare nelle nostre imprese? Davvero è un’avventura seguire, e poi importare, questo stile di lavoro. Da non perdere i 4, brevi ma efficaci, contributi video di Mario Sala.

Stay tuned!

L’ARANCINO, CALANDOTELO, TI PARLA…

Il giro d’Italia in classe

Quando si nomina il Made in Italy il pensiero va a una serie di eccellenze che rendono il nostro paese famoso in tutto il mondo.  Un patrimonio immenso, variegato, espressione di bellezza e ricchezza delle nostre regioni così diverse, di lavoro e impegno che prendono la forma di prodotti buoni, pregiati, belli.

Ho riscoperto questo patrimonio attraverso gli occhi e il lavoro dei miei studenti, che me ne hanno fatto percepire un valore ulteriore: saper suscitare passione in chi, accostandosi a questo patrimonio, rivede in esso ciò che ama, i propri interessi e anche le proprie radici.

Durante il periodo della Didattica a distanza, forzatamente lontani dalle nostre classi, noi docenti abbiamo cercato di coinvolgerle in progetti che sentissero vicini e potessero coinvolgere tutti in prima persona. Nelle lezioni di geografia, con i ragazzi della mia prima professionale agraria, abbiamo parlato dell’Italia e della sua economia. E di come ad essa appartengano prodotti in cui si esprime la bellezza di questa terra, della sua storia e della sua ricchezza: una combinazione di tradizione, tecnologia e sostenibilità.

Abbiamo cercato di stilare un elenco di tutto ciò che fosse riconoscibile come Made in Italy e la lista sembrava infinita, con esempi riconducibili a tutti i settori produttivi. Ho chiesto allora agli studenti di scegliere uno di questi prodotti o marchi, descriverlo, cercarne la storia e il legame con il territorio a cui appartiene e indagarne l’importanza per il sistema economico italiano.

I ragazzi, legati alla terra non solo per ragioni scolastiche ma anche per passione, hanno parlato della pasta, della mela del Trentino, della bresaola valtellinese e ovviamente della pizza. Alcuni hanno optato per prodotti legati alle proprie terre d’origine. Tutti sono stati in grado di rendere ragione in modo chiaro dei motivi delle proprie scelte. Hanno approfondito prodotti diversi e apparentemente molto lontani, ma è emerso chiaramente come il punto in comune sia la loro storia, che affonda le radici nel territorio da cui hanno origine, con tutta la ricchezza di cui il territorio italiano, con le sue millenarie contaminazioni, è espressione. Insomma, cos’è l’Italia se non il risultato di un incontro di culture che si è protratto per secoli?

I ragazzi, nei loro lavori, lo testimoniano. Tommaso, grande nostalgico della Sicilia (ne parla incessantemente) ha raccontato l’arancino catanese: “Ho scelto questo prodotto – ha scritto – perché è buono, irripetibile e bello esteticamente, mi ricorda l’Etna. Mi fa ricordare la mia terra, dove ho radici”. Tommaso, nella sua descrizione piena di entusiasmo e un po’ istintiva, ha colto un altro punto interessante: “L’arancino, calandotelo, ti parla, ti racconta la storia di popolazioni che hanno colonizzato una terra ricca e prosperosa per far crescere i prodotti di cui è costituito”. Nella sua presentazione parla ad esempio della coltivazione dello zafferano, arrivato in Sicilia con gli Arabi, e del fatto che “mangiando lungo la costa siciliana, sembra di assaporare pezzi diversi di Storia”.

Nicolò, anche lui siciliano, ha scelto il Nocellara del Belice, una varietà di oliva che cresce solamente in una ristretta zona del trapanese: “Quello che ne deriva è l’olio più esportato della Sicilia, per questo possiamo dire che è un pilastro fondamentale dell’economia siciliana”. Anche lui ha voluto soffermarsi su questo prodotto perché fa parte della sua storia: “Al mio paese, in campagna, abbiamo degli alberi di Nocellara”.

Benedetta ha approfondito la storia del miele e della sua produzione piemontese perché “lo ritengo un prodotto davvero gustoso e mi ispirava il fatto che la sua lavorazione sia svolta per la maggior parte dalle api”.

 

La famiglia di Lorenzo, invece, ha un’azienda agricola in Brianza che produce latte. Partendo da qualcosa che conosce molto bene, ha voluto parlare della mozzarella di bufala campana: “Avendo un allevamento di vacche, so il lavoro che c’è dietro per produrre il latte, curare gli animali e alimentarli. Ho scelto questo prodotto perché sono rimasto colpito dal gusto molto saporito, dalla sua consistenza e dal sapore, diverso da quello del nostro latte bovino”.

Dagli approfondimenti degli studenti è emerso un quadro davvero vario e attraente del nostro Paese. I prodotti delle nostre regioni rappresentano una miniera di opportunità, a condizione di saper continuamente raccontare al mondo ciò di cui siamo capaci, suscitando la stessa emozione e lo stesso interesse che il Made in Italy ha fatto nascere in questi ragazzi. Emozione e interesse che sono nati in molti di loro nel rendersi conto di quanto la cura, la passione, il desiderio di fare bene siano la radice dell’eccellenza dei prodotti su cui hanno lavorato.

Ma dove nasce questo desiderio, che porta con sé la passione di fare bene e poi la voglia e la capacità di raccontare questa storia? Da insegnante, non posso che attribuire un ruolo centrale all’educazione: riconoscere il bello è semplice, lo testimoniano i miei studenti, ma c’è bisogno che qualcuno te lo indichi. Abbiamo bisogno, tutti e sempre di più in questo tempo frenetico, di imparare a guardare con calma e stupore ciò che il nostro Paese ci offre. Di soffermarci sul valore di ciò che proviene da una storia complessa, contraddittoria ma ricca e feconda, che deve essere ancora insegnata e raccontata perché lì si trovano le nostre radici. Insomma, questo racconto non può fermarsi alle innegabili qualità di eccellenza che caratterizzano il Made in Italy, ma dovrebbe con coraggio andare oltre e, come è accaduto con i miei studenti, coglierne e saperne comunicare l’altrettanto innegabile dimensione culturale.

Serena Picariello

SE NON DAI NIENTE PER SCONTATO PUOI LAVORARE IN DYSON!

Dall’aspirapolvere senza filo allo zaino che misura la qualità dell’aria, il genio collettivo di Dyson

I prodotti Dyson  fanno parte dei desiderata di ogni donna del pianeta: l’aspirapolvere senza filo e senza sacchetto, oltre ad essere comoda e maneggevole, offre prestazioni di pulizia senza eguali; l’asciugacapelli Supersonic, silenzioso e leggero, asciuga i capelli in modo estremamente naturale, senza danneggiarli; la piastra Corrale permette di lisciare i capelli riducendo della metà i danni da calore; lo Styler Airwrap consente di acconciare i capelli come farebbe il parrucchiere.

Innovazioni frutto del desiderio del fondatore, Sir James Dyson, di creare prodotti diversi, che funzionino meglio di quelli che offre il mercato. Secondo Dyson, la creatività consiste nel creare qualcosa che nessuno era stato in grado di concepire prima, “qualcosa che non esisteva e che risolve problemi mai risolti prima”.

Ed infatti, l’idea che portò all’invenzione della prima aspirapolvere dalla quale prese avvio la fortuna di questo impero nacque proprio dalla insoddisfazione del giovane Dyson per la sua aspirapolvere Hoover, che si ostruiva spesso, perdendo troppo facilmente potenza di aspirazione. E così, dopo anni di tentativi e 5.127 prototipi, venne creato il primo aspirapolvere senza sacchetto a tecnologia ciclonica.

Dyson, quindi, non parte eminentemente dalle opportunità che, via via, offre la tecnologia, ma dall’immedesimazione nel cliente finale con, questo sì, un driver prevalente: l’efficienza. E’ verso questo fattore che l’innovazione di Dyson si concentra.

Quello che impressiona è il numero di innovazioni che Dyson sforna ogni anno: per questo, andrebbe iscritta di diritto fra le imprese campioni per l’innovazione sistematica e continua, come tipico delle imprese riportate da Linda Hill nel suo best seller “IL GENIO COLLETTIVO”.

Dyson fa propria una delle milestone delle aziende che sanno costruire al proprio interno una comunità desiderosa di innovare e capace di farlo: quella del non dar nulla per scontato, mettendo sempre tutto in discussione!

Emblematico è il testo degli annunci per la ricerca e la selezione di chi aspira a lavorare in Dyson: Non tutti i dipendenti di Dyson sono ingegneri, ma li incoraggiamo tutti a ragionare come tali, esaminando ogni aspetto sia nel dettaglio che nella sua visione di insieme”.

Del resto, per produrre uno zaino che misuri la qualità dell’aria (Clicca qui), occorre davvero non dar per scontato nulla!

 

GENIO E REGOLATEZZA

Ecco l’ardito percorso proposto alle imprese dell’Emilia Romagna e non solo, dal titolo: L’OFFICINA PER IL FUTURO

Siamo in tempesta e le analisi sugli scenari futuri si contrappongono a seconda dell’agenzia che li propone, ma non potrebbe essere diverso dato che si contrappongono anche le previsioni degli scienziati e, ancor più facile da prevedersi, le ricette per la ripartenza di governo e opposizione.

C’è però chi taglia corto e, in attesa dell’analisi “giusta” che pur è importante conoscere (ma forse verrà ex-post, a suon di “io l’avevo detto”) riparte con lo slogan GENIO E REGOLATEZZA.

Alessandro Bracci (CEO del gruppo Teddy), Carlo Battistini (CEO di Vacanze Mizar), Gianluca  Velez (CEO di NSI Nier), Paolo Preti (CEO di Meta) hanno almeno tre caratteristiche in comune: sono imprenditori -manager, sono Presidenti delle 4 Associazioni emiliano-romagnole della Compagnia delle Opere e hanno trascorso parecchie ore fra loro  nei due mesi più cupi del lock-down a condividere i dialoghi con centinaia di imprenditori, ciascuno dei quali  coi suoi guai, con le tante persone a casa e… cosa peggiore di tutti… con  i clienti da riconquistare, spesso perché scomparsi del tutto dall’inizio di marzo.

Dopo pochi appuntamenti è stato facile osservare che tutti, qualsiasi sia il mercato che affrontiamo, viviamo almeno due, se non tre, di questi elementi del momento attuale:

  • Scenario mutevole, poco decifrabile, contraddittorio
  • Difficoltà a formulare obiettivi che resistano nel tempo
  • Affronto di problemi insoliti, difficili da definire concretamente e ancor più difficili da risolvere
  • Grande difficoltà a maturare una visione del futuro della propria attività/mercato/modello di business
  • Necessità di riformulare e innovare la propria offerta (Clicca qui)

L’intuizione dei quattro amici (che non si trovavano al bar, ma su Zoom) è l’osservazione che il fosco scenario dipinto è stato è già vissuto da almeno 10 anni da quelle imprese che, per la natura di quello che fanno e dei clienti che hanno, sono chiamate a cambiare e innovare in continuazione.

Insomma, aziende che vivono e “fanno” quello che ora viviamo tutti e dovremmo tutti “fare”, cioè che hanno condotto la loro nave promuovendo e utilizzando tutto il potenziale genio di tutto il loro equipaggio. Sono le aziende il nome dei cui capitani spesso non conosciamo nemmeno, proprio perché assomigliano così poco all’ immagine del leader visionario che diventa una star, ma assomigliano di più ad architetti sociali capaci di suscitare, con vera maestria, il genio collettivo che conduce a innovazioni continue e vincenti.

Si tratta di imprese piuttosto che di studi professionali, molto diverse tra loro per dimensioni, mercati e collocazione geografica, studiate da Linda Hill e da altri ricercatori di Harvard e alcune delle quali raccolte nella pubblicazione “Il Genio Collettivo”

Che cosa hanno in comune queste imprese?

– sono capaci di far diventare le loro organizzazioni delle vere e proprie comunità

– rendono le loro comunità desiderose di innovare e capaci di farlo

– sviluppano e fanno diventare comune un mindset, un modo di ragionare, alla portata di tutti e adattissimo a tirar fuori idee e innovazioni vincenti e fattibili

– sviluppano una virtuosa sequenza in tre fasi assai repentine che consentono a un gruppo di innovare davvero.

Da qui la proposta a tutti, da parte dei quattro imprenditori, di un percorso, naturalmente su Zoom, per importare nella propria compagine un metodo che sviluppa la genialità dei propri gruppi e che richiede la conoscenza delle “regole” che lo sostiene.

Ogni impresa o professionista che parteciperà è invitata a formalizzare una “SFIDA”, cioè un traguardo ardito e importante che contribuisca a un significativo progresso o addirittura a una svolta della propria impresa o professione: il percorso avrà infatti come “materiale didattico” più rilevante proprio quello relativo alle sfide, che pur i primi passi del percorso aiuteranno a definire con cura.

Il percorso è articolato in “CALL TO ACTION”, “GARAGE ROOM” e “GENIUS(H)ALL”.
Di che si tratta?

Clicca qui per saperne di piu’ e iscriversi entro il 5 giugno.

Farà da battistrada del percorso Mario Sala, partner di Praxis Management, nonché editore del nostro magazine. Per approfondire con lui il tema del genio collettivo, scrivi a mario.sala@praxismanagement.it

LOCKOUT: MANGIAR FUORI, SÌ, NO, DOVE, COME… PARTECIPA AL SONDAGGIO!

Sondaggio del nostro magazine sul ritorno ai servizi di ristorazione

Insomma, ci siamo… la tanto attesa e temuta fase 2 è partita…

Gli studiosi di trend dei consumatori e di scenari futuri, dalla prestigiosa agenzia londinese WGSN alla ottima italiana Group M, si sforzano di fare previsioni sui (nuovi?) comportamenti dei clienti. Argutamente, alcune ricerche cercano di comprendere – dopo averli monitorati – quali siano stati i comportamenti tipici dei consumatori durante il lockdown determinato dalla pandemia, per poi individuare alcune categorie omogenee e considerare come “i driver” di ciascuna categoria influiranno sui comportamenti d’acquisto (ma anche sui comportamenti al lavoro).

Davvero illuminanti sono le personas emerse dalla ricerca di Group M. Vi è anche da considerare che le aspettative più accreditate riguardano l’accelerazione di tendenze che già prima della pandemia era possibile rilevare tra i propri clienti: ora queste si imporranno velocissimamente. In particolare, il mercato della ristorazione e quello della moda si pensa siano quelli che maggiormente risentiranno (al ribasso) dei nuovi comportamenti dei clienti. E proprio mentre leggevamo tutti i giorni gli elogi funebri per la moda low cost indicata come ormai incompatibile con le esigenze e i desideri del nuovo consumatore post covid-19, abbiamo appreso dell’oltre 1 km di coda a Parigi fuori dallo store di Zara!

Da qui nasce l’idea di un sondaggio fra i nostri lettori per l’altro settore dato per… disperso sotto i colpi di questo “finimondo”: quello, appunto, della ristorazione… Confidiamo che rispondiate in tanti a queste veloci domande, semplici e dirette; pubblicheremo presto i risultati che aiuteranno tutti a rendersi conto… dell’aria che tira!

 

UN MONDO DA REINVENTARE

La “fase 2” dell’esperienza del cliente

Decenni di benessere crescente, di relazioni pianificate e strutturate sui comportamenti del cliente, di profilazioni delle abitudini e delle esigenze, sono stati spazzati via in due mesi di lockdown e di stop drastico alle relazioni sociali e commerciali. La ripartenza sconterà effetti psicologici e paure nuove, che sicuramente comporteranno tempi lunghi che ci traghetteranno verso una nuova epoca, proprio come dopo un periodo bellico, nel quale i vecchi paradigmi sono destinati a lasciare spazio a un mondo da reinventare.

Uno scenario di questo genere potrebbe generare sgomento e incertezza, ma allo stesso tempo grande aspettativa e grande speranza di lasciarci alle spalle il prima possibile le scorie di questa brutta, drammatica esperienza che le generazioni dagli anni ’60 in poi non hanno mai vissuto in vita loro.

Entriamo, dunque, nella ormai nota “Fase 2”, con grande prudenza e con tanti dubbi, alcuni figli di indicazioni a volte contraddittorie da parte delle istituzioni, ma anche con la consapevolezza che ripartire è una necessità almeno pari alla scoperta di un nuovo vaccino che ci possa mettere al riparo dagli effetti pandemici nel futuro.

Ma, appunto, il futuro prossimo ci dice che i prossimi mesi e forse anni saranno protagonisti di nuove modalità di rapporto, di nuove forme di comunicazione, di interazioni sociali e virtuali inedite, in cui i luoghi telematici saranno sempre più invadenti e dilatati anche nell’esperienza del cliente.

Quindi, siamo davanti alla domanda non di COSA ripartirà, ma di COME si ripartirà.

Tralasciamo le indicazioni di natura sanitaria, oggetto di protocolli e di accorgimenti da adottare, non perché non siano importanti, ma perché non costituiranno un reale fattore di competitività nel tempo e serviranno nei prossimi mesi a far riprendere un po’ di sicurezza ai clienti che cominceranno a tornare per le strade; proviamo a focalizzare la nostra attenzione su comportamenti che qualcuno sta sperimentando in queste settimane e che diventeranno normali e appaganti da ora in poi.

Innanzitutto, nel medio periodo le nostre esigenze si arricchiranno sempre più di dispositivi di protezione individuale (dpi), mascherine, guanti, soluzioni igienizzanti; colpisce la tempestiva capacità tipica degli imprenditori nostrani che, in poche settimane, si sono resi protagonisti nel settore tessile di una riconversione produttiva in grado di soddisfare l’enorme richiesta di camici e mascherine che ormai fanno parte del nostro outfit personale. Prodotti di qualità, certificati e soprattutto made in Italy. Ironicamente girano post in cui vediamo mascherine coordinate con bikini o ci imbattiamo in altre sponsorizzate da qualche marchio: chissà quali evoluzioni i geni del marketing ci offriranno per i nuovi indispensabili compagni di shopping! Un cliente con la mascherina di un brand è il promoter più vincente e convincente che si possa desiderare di questi tempi

La forzata segregazione tra le mura domestiche ci ha costretti a familiarizzare con social, device e piattaforme di videoconferenza come Zoom o Goto meeting, non solo perché abbiamo sperimentato per la prima volta lo smart working (in italiano “lavoro agile”), ma anche perché costituiscono da due mesi la principale forma di relazioni sociali e commerciali.

Questo improvviso uso di strumenti tecnologici, alcuni dei quali decisamente nuovi per la gran maggioranza delle persone, ha prodotto un discreto effetto benefico nei fatturati delle aziende che vendono tecnologia, creando contemporaneamente bisogni nuovi, tra cui l’elementare necessità per l’utente medio non millennial di familiarizzare con nuovi oggetti e nuovi slang come call, video chat, e così via. Non fosse altro che il piacere di rivedere la faccia di un caro amico o di una persona importante, tutti noi abbiamo moltiplicato le video chiamate o le chiamate a quattro di WhatsApp!

Qualche noto brand informatico ha colto nel segno in ottica di fidelizzazione ed interazione con il proprio cliente nell’era del Covid-19 ed ha lanciato con notevole successo un servizio di help desk a supporto del cliente alle prese con nuovi dispositivi e nuove app. “Vuoi usare al meglio i tuoi dispositivi? Ti aiutiamo noi da remoto!” recita lo slogan. Uno slogan e un servizio azzeccato, che sostiene il cliente e lo accompagna in una nuova esperienza che, proprio perché così drammatica, resterà a lungo nella sua memoria, così come il nome del brand che lo ha accompagnato davvero verso la nuova epoca che, come ogni cosa nuova, ci riempie il cuore di grande attesa e di grande speranza.

Maurizio Broccanello

QUANDO E’ ORA DI CAMBIAR ARIA? TE LO DICE FYBRA…

Igiene dell’aria e delle superfici in tempi come questi

Negli ambienti chiusi e affollati, come nelle aule scolastiche, ma anche in uffici e abitazioni, l’aria che respiriamo si deteriora velocemente, e virus e batteri circolano più velocemente aumentando il rischio contagio. La start up di Milano FBP (Future is A Better Place) ha inventato e brevettato un modo ingegnoso di limitare questo fenomeno. Si tratta di Fybra ® (www.fybra.co), un sensore di qualità dell’aria basato su un algoritmo di machine learning. Questo, infatti, attraverso un’analisi dei parametri ambientali di uno specifico ambiente, impara nel tempo il comportamento della qualità dell’aria restituendo in via predittiva un segnale corrispondente ad un comportamento da attuare sulla ventilazione della stanza. Nelle classi di alcuni istituti di Milano e nel Varesotto è già attivo da mesi, così come in uffici pilota a Milano, Varese, Bolzano, Rimini, ed ha ottenuto risultati brillanti in termini di concentrazioni di inquinanti.

In pratica l’algoritmo, sulla base di una combinazione di calcoli termofisici e fluidodinamici, attiva una luce quando è il momento di aprire la finestra, e calcola il tempo ottimale di apertura, indicando poi il momento ottimo di chiusura (per evitare sprechi di calore ed energia).

Fybra è stato premiato lo scorso gennaio come migliore innovazione nel mondo dell’edilizia sostenibile alla Fiera Klimahouse 2020, dove ha anche ottenuto il premio speciale Casaclima (per la prima volta una azienda vince i due premi contemporaneamente). Il nome, Fybra, sta per “For Young Brains”, perché basato sugli studi che associano ad una migliore qualità dell’aria migliori performance di apprendimento e lavorative, oltre ad un minor tasso di assenteismo per minori problemi di salute legati alla trasmissione di malattie per via aerea.

E’ poi scattata l’emergenza Coronavirus, la chiusura di scuole e uffici ed il lockdown che stiamo vivendo.

A far fronte a tale situazione, il Gruppo di Studio Nazionale Inquinamento indoor dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilasciato una serie di raccomandazioni sull’igiene dell’aria e delle superfici negli ambienti chiusi, ed il ricambio dell’aria ottimizzato è la prima voce, perché considerata cruciale come buona prassi. Gli ideatori di Fybra si sono attivati ed hanno aggiunto svariate linee di calcolo all’algoritmo per potenziarlo, aggiungendo la possibilità di favorire un ricambio d’aria rafforzato finalizzato ad una superiore dispersione di inquinanti indoor, e quindi di batteri e virus. Si tratta in sostanza di una ridefinizione della relazione di equilibrio tra qualità dell’aria e comfort termoigrometrico (ad esempio la temperatura che raggiunge un ambiente). Il potenziamento dell’algoritmo ha privilegiato in maniera specifica la prima, riducendo i vincoli imposti dalla seconda.

I dati raccolti vengono poi messi a disposizione degli utenti: le scuole lo usano come strumento di didattica digitale nelle materie scientifiche per esperimenti, elaborazione dati, grafici e analisi di ogni genere. Gli uffici e le abitazioni monitorano la salubrità dei propri ambienti e attuano in maniera mirata pratiche ad oggi considerate essenziali per un corretto approccio all’ambiente chiuso, anche in epoca di nemici invisibili e pandemie.

Ultima nota interessante dal punto di vista della esperienza di utilizzo: Fybra non è venduto, ma concesso in comodato d’uso gratuito. Si paga solo la fee mensile per il monitoraggio dei dati, e quando ci si stanca, o se non si apprezzano miglioramenti, viene rimosso senza costo alcuno e senza penali. Un modello semplice e trasparente di economia circolare (un dispositivo, fatto tra l’altro tutto di materiale riciclato, ha una vita utile molto più lunga).

Complimenti agli ideatori, ulteriore spunto di creatività e stimolo per la ripartenza in questi momenti difficili. Se volete saperne di più visitate il sito www.fybra.co

IL PARADOSSO STOCKDALE

Come superare una situazione drammatica senza sapere se e quando finirà?

Jim Collins, classe 1958, si è laureato ed ha successivamente insegnato alla Graduate School of Business della Stanford University, dedicandosi a ricerche nel campo delle grandi aziende, studiandone la crescita e i fattori che ne provocano il successo. Nell’ottobre 2001 ha pubblicato il libro Good to Great: Why Some Companies Make the Leap… and Others Don’t (O meglio o niente. Come si vince la mediocrità e si raggiunge l’eccellenza, Mondadori 2007). Frutto di cinque anni di ricerca, il libro è rivolto ai manager di aziende che vogliano trasformare le proprie piccole imprese in grandi colossi, ma insegna anche come applicare alla vita quotidiana le strategie individuate nell’ambito dell’economia aziendale.

Proprio all’interno di questa pubblicazione, Collins racconta di un incontro molto significativo avvenuto durante gli anni di ricerca per la stesura del libro. L’ammiraglio James Stockdale è stato l’ufficiale americano più alto in grado ad essere imprigionato nell’Hanoi Hilton, campo di detenzione di prigionieri di guerra in Vietnam. Durante gli otto anni di carcerazione (dal 1965 al 1973) è stato torturato oltre venti volte, ha sopportato sofferenze atroci e la privazione dei più elementari diritti umani, non sapendo se e quando sarebbe stato liberato né avendo la certezza di sopravvivere e rivedere la sua famiglia. Dopo la liberazione ha raccontato la sua esperienza in un libro intitolato In Love and War, scritto a quattro mani con la moglie.

Collins ha incontrato l’ammiraglio un sabato pomeriggio di primavera nel campus di Stanford e gli ha posto una domanda: come si riesce a sopportare e superare una situazione così drammatica senza sapere se e quando finirà? «Non ho mai perso la mia fiducia su come sarebbe finita» è stata la risposta «Non ho mai dubitato, non solo che ne sarei uscito, ma anche che alla fine avrei vinto io, e avrei trasformato quell’esperienza in uno spartiacque della mia vita. Una vita che, se guardo indietro, non vorrei cambiare» (O meglio o niente, p. 96). Ma la cosa più sorprendente è scoprire chi non ce l’ha fatta a sopportare tale situazione: «Oh, facile» ha risposto Stockdale, «Gli ottimisti». Gli ottimisti: quelli che si dicevano che sarebbero riusciti a uscire entro Natale, poi Pasqua, il giorno del Ringraziamento, e poi ancora Natale… e alla fine sono morti di dolore. Ecco il paradosso Stockdale, come lo chiama Jim Collins: da una parte l’incrollabile fede nella vittoria finale, la certezza che non saremo sopraffatti e sconfitti, tutto andrà bene, pur senza sapere quando; dall’altra un crudo realismo nello stare davanti, giorno per giorno, alle circostanze dolorose e, talvolta brutali, che siamo chiamati ad affrontare. Ma da dove nasce questa fede incrollabile? Da quale pozzo attinge la fiducia nella vittoria finale? La certezza dell’ammiraglio Stockdale risiedeva nella consapevolezza delle proprie risorse, delle proprie capacità, e nella razionale e ragionevole convinzione che il proprio valore fosse più grande della condizione che lo opprimeva, per quanto terribile. Questo lo ha sorretto, generando in lui creatività e risorse imprevedibili.

Da questo paradosso possiamo trarre spunto, come uomini, come donne, ma anche come aziende, organizzazioni e imprese, per affrontare l’odierna emergenza che siamo drammaticamente chiamati a vivere. Siamo certi che torneremo a uscire, a comprare, a vendere e a riunirci dentro i nostri uffici, nelle case degli amici, nei bar e nei ristoranti, nei luoghi dove progetteremo la ripresa della nostra quotidianità. Certi delle nostre risorse, torniamo all’essenziale e potenziamo quelle relazioni tra noi che generano creatività e uno sguardo positivo innanzitutto verso noi stessi. Ma siamo anche pronti ad affrontare la realtà: ci vorranno tempo, fatica e sacrifici. Non accontentiamoci di false speranze, ma cominciamo già ora a costruire su una incrollabile fiducia: nelle nostre risorse, in quelle dei nostri collaboratori e soprattutto nella competenza di coloro che ci guidano e assistono in questo tempo. Impariamo ad attendere, aperti e operosi, insieme.

Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta.

(Emily Dickinson)

Cristina Picariello

QUANTA CODA C’E’ ADESSO NEI SUPERMERCATI VICINO A ME? ECCO CHI TE LO DICE

www.filaindiana.it è il sito che ci avverte quanta coda c’è in questo momento nei supermercati

Davvero semplice, geniale e utile.
È sempre più arduo ottenere, almeno a Milano, la spesa on line e allora occorre andare al supermercato cosa che, in tempi di contagio da coronavirus, è consentito ma è al tempo stesso davvero problematico.
Assembramenti, code, difficoltà a tenere la distanza di sicurezza l’uno dall’altro con il marciapiede che dopo un po’… finisce!
Ma quanta coda c’è ora nei supermercati della mia zona? Quante persone in attesa e quanto tempo di attesa si stima? E quali centri sono aperti? E quelli aperti 24H lo sono davvero anche ora?

Basta andare sul sito www.filaindiana.it, consentire la geolocalizzazione e venire a conoscere quanto tempo per lo smaltimento della coda è previsto in questo momento nei supermercati aperti. Una volta scelto il supermercato e il momento meno… affollato per andarci si potrà contribuire all’aggiornamento cliccando il tasto “io sono qui” nel sito stesso.


www.filaindiana.it è partito da Milano, in un attimo e grazie alla collaborazione degli utenti copre quasi tutta la Lombardia e molto presto arriverà in tutte le Regioni. Complimenti agli ideatori e ai realizzatori del sito!

1 2 3 49
Go to Top