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Francesca Caputo

Francesca Caputo has 14 articles published.

La disciplina della customer experience è nata e si è sviluppata negli Stati Uniti dove la concezione del cliente è sostanzialmente di tipo giuridico. Occorre promettere ex ante al cliente uno standard e realizzarlo davvero in ogni "touchpoint" pena: immediato rimborso! Francesca unisce la dimensione dei suoi studi giuridici con quella di appassionata osservatrice del lifestyle in molte sue espressioni: questo mix fa di lei un'esigente e al contempo entusiasta storyteller del customer journey.

MEDTRONIC, IL GENIO COLLETTIVO “ON-AIR”

Intervista a Elena Galbusera, Country Digital Specialist in Medtronic Italia e coordinatrice di “Medtronic On Air”

Medtronic Italia, branch della multinazionale leader al mondo in tecnologie mediche e servizi, è una delle migliori aziende per cui lavorare: lo dice “Great Place to Work Italia 2020” … e fin qui, nulla di strano, non è una sorpresa.

Sorprendentemente originale e all’avanguardia – ecco una nuova possibile definizione di “innovazione” – è la Best Practice premiata: si tratta del progetto “Medtronic OnAir”, un canale diretto di comunicazione continua con tutti i collaboratori. Se la cultura di un’impresa, in fondo, è “l’aria” che si respira in “quella” impresa, chi la produce? Da dove e come viene fuori questo “On Air”?

È Elena Galbusera, la coordinatrice responsabile di Medtronic OnAir, a risponderci:

Una radio è come un giornale ed evidentemente ha una propria linea editoriale; è proprio in base ad essa che si conquistano, in questo caso, ascoltatori. Qual è la linea editoriale di Medtronic OnAir e da dove è nata l’idea?

“Nel 2017 in azienda è stata creata una task force chiamata “Crea Cultura”, un gruppo di lavoro a cui è venuta l’idea di realizzare una web radio interna che potesse essere ascoltata da tutti, indipendentemente dalla collocazione geografica e dal team di appartenenza. La nostra cultura aziendale, e quindi anche la linea editoriale della radio, si sviluppa attorno a quattro temi, che sono:

1_ generare sistema (significa essere aperti e pronti a cogliere e raccogliere tutti i segnali di cambiamento che possono esserci ed essere proattivi nel trovare le soluzioni);

2_ essere capitano (vuol dire essere consapevoli del ruolo attivo che ciascuno di noi, indipendentemente dal ruolo che ha in azienda, gioca per la crescita e per lo sviluppo di essa);

3_ mostrare coraggio (ovvero mettersi in gioco direttamente condividendo le proprie idee ed essendo pronti a raccogliere spunti e suggerimenti);

4_ sentirsi comunità (essere parte di una grande azienda).

Sono questi i temi che individuano i tratti identitari dell’azienda, sui quali si è sviluppato il Progetto Medtronic OnAir. L’iniziativa è nata infatti per rafforzare e concretizzare la nostra identità culturale: l’azienda, infatti, è cresciuta tantissimo nel corso degli anni e col tempo si è delineata la necessità di identificare un nuovo spazio partecipativo digitale per dare la voce e per realizzare i tratti identitari di cui parlavo. Sulla base di questi spunti, a maggio 2018, in occasione di un evento di 4 giorni in diretta, è stata lanciata “Medtronic OnAir”, istituendo un Corner Radio dedicato all’ingresso del nostro headquarter di Milano”.

Come hanno accolto tale iniziativa gli… ascoltatori?

“Dopo il kick off di questo Progetto, il coinvolgimento e la curiosità da parte di tutti i colleghi sono stati tali che l’iniziativa è proseguita con crescente dedizione, tanto che ora abbiamo un deejay professionista che ci segue e ci aiuta a gestire la conduzione delle puntate radio che occupano il palinsesto. Medtronic OnAir funziona sempre, 24 ore su 24: trasmettiamo sia contenuti fissi, quali news, meteo, una serie di jingle e messaggi, che appuntamenti cadenzati, oltre chiaramente alla musica. Le puntate sono molto seguite: i colleghi si divertono tantissimo, intervengono e interagiscono attraverso un numero whatsapp a cui possono scrivere per fare domande o per commentare durante la diretta. Il nostro desiderio è proprio quello di creare un ambiente in grado di coinvolgere il maggior numero di persone non solo nella fruizione dei contenuti, ma anche nella loro concreta realizzazione.”

Appuntamenti cadenzati? Si tratta di rubriche fisse?

“Si tratta di puntate sia in diretta e sia registrate, che vengono comunicate a tutti i dipendenti attraverso Calendar, in modo che tutti sappiano quali sono gli appuntamenti in programma. Il calendario è variabile, tendenzialmente realizziamo dai 2 ai 4 appuntamenti mensili, a seconda del momento dell’anno e dei temi da condividere. Occasioni speciali sono quelle del “Caffè OnAir”, puntate in diretta in cui è ospite fisso Michele Perrino, Presidente e Amministratore Delegato di Medtronic Italia: si tratta di appuntamenti molto apprezzati, che coinvolgono tutta l’organizzazione, generando un senso di partecipazione e di orgoglio. Dall’inizio dell’emergenza Covid, i Caffè OnAir sono stati potenziati, proprio per permettere a tutta l’organizzazione di sentirsi unita durante un momento così delicato”.

Come la redazione sceglie i contenuti e progetta il palinsesto?

Sin dall’inizio, il nostro approccio è stato quello di creare uno spazio in cui tutti i colleghi avessero la possibilità di proporre temi e di fare interventi. Diciamo che la nostra redazione è costituita da tutti i dipendenti dell’azienda! Ovviamente, la nostra è un’azienda molto grande e facciamo tanti lavori diversi tra di loro: il taglio che cerchiamo di dare è quello di condividere con tutti iniziative, progetti e idee, che possano essere da stimolo e da spunto anche per altri colleghi e che ciascuno possa poi decidere di portare all’interno del proprio contesto lavorativo. Di fatto, il mio ruolo all’interno di questo grande Progetto è quello di raccogliere e coordinare i vari input (provenienti da punti geograficamente lontani, ma in realtà molto simili tra loro per approccio) e di traghettarli verso un palinsesto di appuntamenti. Questa radio è stata spesso utilizzata anche come canale molto utile per la trasmissione di informazioni organizzative: per fare un esempio, dall’inizio dell’emergenza Covid, Medtronic OnAir è diventato uno strumento importantissimo per tenere unita l’organizzazione e per alimentare la nostra comunità”.

Come viene ascoltata la radio in azienda?

La nostra radio è integrata all’interno della nostra Intranet, che è anche web app, e quindi può essere ascoltata sia da desktop e sia da cellulare. In qualsiasi momento, dunque, tutti i nostri colleghi possono aprire la web app della nostra Intranet, cliccare sul banner dedicato e ascoltare Medtronic OnAir. La radio viene anche utilizzata come sottofondo per gli eventi che organizziamo all’interno del nostro headquarter”.

Come vengono monitorati gli ascolti e quali KPI vi siete dati?

Tra i vantaggi della soluzione digitale c’è proprio la possibilità di accedere agli analytics, attraverso i quali riusciamo ad individuare il numero di accessi, gli orari in cui vengono fatti e l’indice di gradimento dei vari argomenti trattati. Questo ci consente di trarre spunti per ottimizzare il servizio. Abbiamo una serie di classici KPI quantitativi, che sono il numero di persone che si collegano alla puntata e i device che vengono utilizzati. In aggiunta a questi, abbiamo anche KPI qualitativi, che per noi sono fondamentali: non solo la varianza dei temi, nel senso di quanto spesso diversifichiamo le puntate e riusciamo a coprire il racconto su tutta l’organizzazione, ma anche quante persone diverse intervengono nelle puntate, proprio perché la nostra idea è quella di creare uno spazio di tutti e per tutti, in cui ciascuno possa avere un ruolo e trovare spazio, indipendentemente dal ruolo che ha in azienda”.

Come si integra questo mezzo con gli altri strumenti di comunicazione che avete?

Abbiamo una serie di strumenti di comunicazione interna: la nostra Intranet, che è il nostro blog interno, le mail, le chat, la messaggistica interna. La web radio è una “estensione” di questo approccio comunicativo. Diciamo che Medtronic OnAir è lo strumento di comunicazione interna che per sua natura è collaborativo, creativo, abbatte le barriere, riesce effettivamente a creare una sperimentazione comune tra i vari team, sia tra quelli che già lavorano insieme e sia tra quelli che non si conoscono. Per ora si tratta di uno strumento solo interno, ma è stimolante pensare ad una apertura futura verso l’esterno”.

Quanto è orgogliosa di questo Progetto?

Noi facciamo un lavoro bellissimo, perché ci occupiamo di tecnologie mediche, quindi supportiamo il sistema salute attraverso l’ingresso all’interno del comparto salute di tantissime soluzioni tecnologiche. Insomma, la nostra azienda è al confine tra il mondo della salute e quello della tecnologia: è la natura del nostro lavoro che impone innovazione tutti i giorni. Ed è proprio questa la sfida che è stata alla base del Progetto Medtronic OnAir: non fermarsi alle soluzioni che possono essere convenzionali, ma andare oltre, creare uno spazio nuovo, consapevoli del rischio. Questo Progetto è partito come una sperimentazione: ora, a distanza di due anni, posso dire che è riuscito nel suo scopo”.

Le aziende che sanno innovare in continuazione e produrre novità che davvero portino valore al cliente finale sono imprese che sanno costruire al loro interno una vera e propria comunità, desiderosa di cambiare e capace di farlo. I leader di queste aziende spendono molto tempo (e promuovono specifici progetti) per far crescere questa dimensione comunitaria e per ispirare in continuazione, creando palcoscenici in cui tutti possano esibirsi diffondendo la cultura e il mindset adeguati all’innovazione continua.

Medtronic OnAir, in modo geniale, realizza proprio tutte queste cose!

Peccato davvero non poterla ascoltare … almeno qualche puntata potrebbe essere per tutti … chissà che non ci pensino…

IL VIRTUALE CHE SEMBRA DI “TOCCARE”

L’esperienza di shopping on line proposta da Patrizia Pepe

Patrizia Pepe ha recentemente lanciato un nuovo progetto, il servizio on-demand chiamato “Sales Virtual Assistant”. Esso consente di prenotare, attraverso un semplice e veloce “click” dal sito, un appuntamento per una sessione di personal shopping virtuale con un consulente di vendita.12

Incuriosita dalla notizia di tale nuovo servizio proposto da questo noto, e da me molto apprezzato, marchio di moda fiorentino, mi sono decisa a provarlo. Debbo ammettere che nutrivo non poche perplessità: come avrebbe potuto lasciarmi soddisfatta un’esperienza di shopping virtuale in un settore come quello del retail, dove il contatto umano, la sensazione tattile e la prova dal vivo appaiono requisiti imprescindibili? L’aspettativa era, sinceramente, bassa.

Il giorno e l’ora dell’appuntamento, mi sono collegata, attraverso il link di Google Meet contenuto nella mail inviatami, con Irene, la mia Sale Virtual Assistant. Di “virtual”, Irene, aveva ben poco: mi è apparsa nitidamente davanti agli occhi una ragazza che, oltre ad essere “realissima”, era anche bellissima! Con lei, grazie non solo alla tecnologia, ma anche e soprattutto alla sua capacità di relazionarsi con me, si è da subito creato un contatto umano molto diretto.

Dopo un piacevole scambio di notizie personali (Irene si trovava a lavorare da casa in smart working), mi ha chiesto se cercassi qualche capo in particolare, e io le ho accennato al mio interesse per abitini leggeri e colorati. La mia consulente dedicata, raccolte informazioni sulla mia taglia e sulla mia corporatura, ha iniziato a mostrarmi, attraverso la pagina del sito che ha fatto apparire sullo schermo della nostra conversazione, diversi modelli di abitini della collezione primavera estate di Patrizia Pepe, consigliandomi quelli più indicati per le mie esigenze e specificandomi, per ciascuno di essi, la vestibilità e il materiale di cui erano fatti.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa dell’esperienza vissuta, e vi voglio spiegare il perché: mentre Irene mi descriveva i materiali con i quali erano fatti i capi che mi mostrava (“questo è di un cotone rigido, l’altro invece è fatto di viscosa più morbida”), oppure quando mi precisava come vestivano su una persona della mia corporatura (“veste stretto, resta morbido, questo modello è molto corto”), io, inaspettatamente, provavo la sensazione di toccarli e di indossarli realmente!

Irene, sfruttando abilmente una video call, è stata capace di farmi vivere on line un’esperienza di shopping simile a quella che avrei vissuto fisicamente nello Store. Si può dire che la bravura della bella Irene ha battuto la Realtà Virtuale, che a tanto non è ancora arrivata. Incredibile!

 

COME SI CONQUISTA UNA DONNA: BEAUTY COACH SEPHORA

La call che ti rende più bella

Certamente anche per venire incontro alle nuove esigenze dei propri clienti, ancora restii a fare shopping in libertà, Sephora ha lanciato un nuovo servizio, il “Beauty Call”, una consulenza di bellezza telefonica gratuita, della durata di 20 minuti.

La prenotazione è semplicissima. Sulla pagina dedicata del sito si clicca su “Prenota ora”: viene data la possibilità di scegliere un Beauty Coach specifico da un elenco di professionisti (appare la foto di ciascuno e la descrizione delle singole specializzazioni) oppure di prenotare senza preferenza. Si fissa un appuntamento, per un giorno ed un orario specifico. Si lasciano i dati, si indica la propria mail, alla quale viene poi inviato il messaggio di conferma della prenotazione, e si sceglie infine se farsi inviare un promemoria con mail o con SMS, flaggando una delle due caselle.

Io ho appena terminato la mia Beauty Call! Ho prenotato ieri l’appuntamento, senza preferenza sul Coach, per oggi alle 17:30, precisando di essere interessata alle creme specifiche per il collo. Mi ha chiamato, puntualissimo, il Beauty Coach che mi è stato assegnato, Riccardo. Da subito si è dimostrato molto empatico, mi ha chiesto di potermi dare del tu e mi ha garbatamente fatto domande sullo stato del mio collo, sulle creme già in uso, sul mio metodo di applicazione delle stesse e sui miei desiderata. Dopo i necessari approfondimenti, mi ha innanzitutto fornito dei suggerimenti su come vanno spalmate le creme e poi, guidandomi all’interno del sito di Sephora, mi ha proposto tre diversi tipi di creme che a suo parere potrebbero davvero essermi d’aiuto per migliorare i problemi di cui gli ho parlato, spiegandomi in modo molto professionale le caratteristiche di ciascuna. Al termine della chiamata, che ha impegnato tutti i 20 minuti previsti, mi ha preannunciato che mi avrebbe inviato una mail con l’elenco dei prodotti di cui mi aveva parlato, contenente anche uno sconto del 10 % sull’acquisto nei loro negozi. La mail è arrivata subito dopo.

Sono rimasta entusiasta di questa Call. Sinceramente non pensavo che potesse essere così gratificante una consulenza di bellezza svolta telefonicamente. Riccardo, il mio Beauty Coach, è stato bravissimo: mi sono sentita al centro dell’attenzione di questo professionista esperto e capace, che senza alcun compenso mi ha dedicato il suo tempo, dandomi suggerimenti su come diventare più bella e facendomi percepire un suo reale interessamento per i miei problemi. Mi sono trovata talmente bene con Riccardo, che gli ho chiesto in quale Store lavora per potermi rivolgere direttamente a lui anche di persona.

Non è facile conquistare una donna, ma quando ci riesci, sarà tua per sempre.

UN BRAND INNOVATIVO ALLA VELOCITÀ DELLA LUCE

Alla Gastronomia Firenze entri in cucina con la webcam

Erano una holding di successo nel campo della ristorazione, operante da anni sul territorio fiorentino, con 117 dipendenti, 11 punti vendita e un fatturato che nel 2019 raggiungeva i 10 milioni di euro. Poi, all’improvviso, il 9 marzo è arrivato il lock-down, con la chiusura di tutto.

Dopo qualche giorno di comprensibile sgomento, questo gruppo di prestigiosi artigiani non ha esitato a rimboccarsi le maniche, iniziando a progettare nuovi modelli di business, il tutto sotto la regia dell’eclettico Federico Menetto, che si occupa da anni dello sviluppo di business e startup in questo settore.

Ne è nata l’idea di un nuovo progetto, che hanno deciso di chiamare “Gastronomia Firenze”. Un brand che raggruppa in un’unica realtà diversi artigiani, maestri ciascuno di una propria specialità: Davide Bedu, maestro del pane, Domenico Grisafi, chef di talento, Raimondo Mendolia, maestro della pasta, Michele e Peppe Zullo, cuochi di prestigio.

In pochi giorni, hanno costruito una piattaforma web per l’e-commerce di piatti delivery. Alla velocità della luce sono stati realizzati: marchio, sito e acquisizione delle competenze sul delivery (ordini on line e al telefono, consegne, packaging con metodi di conservazione dei cibi). Due gli investimenti fondamentali: la formazione per la digitalizzazione delle competenze e i nuovi macchinari per riuscire ad essere efficienti ed efficaci in tutta l’organizzazione.

Martedì 14 Aprile 2020, Gastronomia Firenze è partita, e in un attimo è arrivata al numero di 100/150 ordini al giorno.

Il sito è fatto davvero bene. Da qui, anche con l’ausilio di un operatore in chat, si possono ordinare facilmente sia prodotti alimentari sia piatti pronti, dalla colazione alla cena, scegliendo tra una vasta gamma di prelibatezze. Ed è prevista la consegna a domicilio gratuita, e senza un minimo di spesa, a Firenze e Sesto Fiorentino. Le immagini dei piatti da poter ordinare e dei prodotti genuini in vendita sono accattivanti e realistiche, nel senso che sembra davvero di avere il cibo davanti agli occhi, tanto da percepirne quasi il gusto e il profumo. Difficile non farsi prendere dal desiderio di ordinare. E poi, si possono vedere i video esplicativi degli chef che preparano i piatti, cosa che trasmette genuinità, competenza e serietà.

Ma la vera novità che propone questo brand è quella di ricreare l’esperienza di bottega, che in questo periodo non è stato possibile vivere in prima persona, attraverso un sistema di video conference che offre l’opportunità agli utenti di entrare virtualmente in contatto con il bottegaio: ed infatti, cliccando sull’icona “Entra in Bottega!”, si ha modo di entrare con una webcam nelle loro cucine e di poter parlare direttamente con lo chef che prepara i piatti in quel momento, potendogli fare domande e richieste ad hoc. E’ una cosa davvero sensazionale: si ha la percezione di poter avere piatti sani, buoni e personalizzati direttamente dalla cucina dello chef a casa propria!

Dopo il successo su Firenze, questo nuovo brand verrà presto replicato in una serie di altre Città italiane: Venezia, Verona, Padova, Roma, Torino e, prima di tutte, Milano, che partirà già dal prossimo mese di Giugno. Il progetto è quello di un franchising digitale, con uno scambio gastronomico tra le diverse Città.

Quello di Gastronomia Firenze è un esempio emblematico di uno dei punti individuati nel nostro Magazine come fondamentali per progettare una nuova Customer Experience (“E’ tempo di riprogettare una nuova CX”) nell’era del “dopo Covid”: “Reagire velocemente al cambiamento dei comportamenti dei clienti da una parte e riprogettare le proprie offerte dall’altra”.

Loro ci sono riusciti, e in modo sorprendentemente efficace ed innovativo.

UN INUSUALE E FANTASTICO CUSTOMER JOURNEY

Scopriamo e ri-scopriamo l’arte con un semplice click!

Sono tantissimi i musei dislocati in tutto il mondo che offrono, attraverso il collegamento ai loro siti, la possibilità di effettuare visite virtuali alle opere d’arte che hanno in esposizione.

Perché quello che accade è che molto spesso questi musei li abbiamo anche già visitati di persona, ma in condizioni e situazioni che non ci hanno consentito di ammirare nel modo che avremmo voluto le varie opere d’arte. Credo infatti sia capitato alla gran parte di noi di averli trovati pieni di persone accalcate, oppure di averli visitati in compagnia di amici e parenti che, non avendo i nostri stessi gusti, ci hanno messo fretta laddove invece avremmo desiderato fermarci a contemplare.

Ecco allora che ci viene offerta l’opportunità di sbizzarrirci, con una modalità di visita diversa dal solito, nell’approfondire le opere d’arte esposte nei diversi musei del mondo, attraverso i tour virtuali che vengono proposti e la visione, anche grazie alle immagini ad alta definizione offerte dai più, delle collezioni proposte online, con la spiegazione dettagliata della storia di ogni quadro, di ogni mosaico, di ogni icona, di ogni scultura.

Certo, manca l’emozione unica che si prova avendo davanti ai propri occhi un’opera d’arte, ma questa carenza visiva diretta viene ampiamente ricompensata dall’occasione che ci è offerta, stando comodamente seduti sul divano, di soffermarci con la desiderata attenzione sulle opere che scegliamo individualmente di approfondire.

E’ una esperienza fantastica, ve lo garantisco. Immaginatevi quale sensazione meravigliosa possa dare il poter – in pochissimo tempo e con un semplice click – recarsi alla Pinacoteca di Brera di Milano ad ammirare il “Cristo Morto” di Andrea Mantegna, agli Uffizi di Firenze a gustare la “Nascita di Venere” di Sandro Botticelli, ai Musei Vaticani di Roma ad approfondire la storia della “Scuola di Atene” di Raffaello, al Museo Archeologico di Atene ad ammirare la scultura del “Diadumeno”, al Museo del Prado di Madrid per rimanere incantati dalla “Maja Desnuda” e dalla “Maja Vestida” di Francisco Goya, al British Museum di Londra a studiare la famosa “Stele di Rosetta”, al Metropolitan Museum di New York, al Louvre di Parigi, all’Hermitage di San Pietroburgo o al National Gallery of Art di Washington, a perdersi tra le migliaia di collezioni che vengono offerte.

E vagando nella stimolante visione delle opere d’arte, possono anche capitare fatti particolari come quello occorso a me oggi. Stavo visitando le Collezioni nel sito della Pinacoteca Ambrosiana milanese, quando mi sono imbattuta in un famoso dipinto di Caravaggio, la “Canestra di frutta”. Questo quadro mi risulta molto familiare: è stato il primo dipinto che ho realizzato da ragazzina (è stato anche l’ultimo!). Ricordo che, pur essendomi limitata a copiare, con risultati mediocri, il dipinto rappresentato sul mio libro di arte della scuola media, ero davvero orgogliosa della mia opera. Tanto da averla fatta incorniciare per appenderla nella cameretta a casa dei miei genitori, dove tuttora si trova. La cosa singolare è che solo oggi ho scoperto, grazie alla mia navigazione on line, che il dipinto originale di Caravaggio si trova esposto proprio a Milano, vicino a casa mia!

Insomma, ogni visita on line può davvero essere un’occasione di arricchimento e di scoperta, e io vi consiglio di non perdere questa opportunità. Tra le diverse offerte, vi propongo i link per accedere a undici musei da visitare stando comodamente a casa:

  1. Pinacoteca di Brera – Milano https://pinacotecabrera.org/
  2. Pinacoteca Ambrosiana – Milano https://ambrosiana.it
  3. Galleria degli Uffizi – Firenze https://www.uffizi.it/mostre-virtuali
  4. Musei Vaticani – Roma http://www.museivaticani.va/content/museivaticani/it/collezioni/catalogo-online.htm
  5. Museo Archeologico – Atene https://www.namuseum.gr/en/collections
  6. Prado – Madrid https://www.museodelprado.es/en/the-collection/art-works
  7. Louvre – Parigi https://www.louvre.fr/en/visites-en-lign
  8. British Museum – Londra https://www.britishmuseum.org/collection
  9. Metropolitan Museum – New York https://artsandculture.google.com/explor
  10. Hermitage – San Pietroburgo https://bit.ly/3cJHdnj
  11. National Gallery of art – Washington https://www.nga.gov/index.html

Lo sappiamo bene, dobbiamo restare tutti a casa, ma – proprio da casa – non rinunciamo alla bellezza dell’arte e della cultura. Ce lo ha suggerito Dostoevski: “La bellezza salverà il mondo”, e mai come in questo momento l’umanità ha bisogno di salvarsi.

INTIMISSIMI BATTE GRETA THUNBERG

La Green Collection della primavera – estate 2020

Sono certamente favorevole alla tutela del Pianeta, come penso tutti quanti. Ma, quando il discorso dei problemi legati al cambiamento climatico e all’esigenza di incentivare uno sviluppo sostenibile viene perorato dalla giovanissima Greta Thunberg, su di me non fa presa.

Poi, invece, è capitato che si sia presentata – in un modo inusuale – la concreta possibilità di contribuire io stessa in prima persona al rispetto dell’ambiente, e allora mi sono scoperta, sorprendentemente, tifosa dell’ecosostenibilità.

L’occasione mi è stata offerta da Intimissimi, l’azienda italiana di biancheria intima di proprietà del gruppo Calzedonia, che ha recentemente lanciato una collezione per la primavera-estate 2020, chiamata “Green Collection, pensata proprio per chi vuole indossare capi che rispettano il pianeta.

La linea si compone di intimo, pigiami e maglieria realizzati in tessuti sostenibili, dal pizzo creato con materie prime rigenerate, alla seta prodotta a basso impatto ambientale, fino al modal e al bambù ricavati da fonti di legno rinnovabili. Tutte fibre certificate dalle azienda fornitrici, contrassegnate da un cartiglio che le rende facilmente riconoscibili.

Testimonial di eccezione, la bellissima modella Irina Shayk.

I capi di questa Collezione non sono solo green, ma sono anche estremamente eleganti e raffinati, realizzati con prodotti che, oltre ad essere rispettosi dell’ambiente, garantiscono prerogative importantissime per gli indumenti di una donna, quali la morbidezza, la freschezza e la traspirabilità.

Passando in rassegna i modelli, ci si stupisce nel realizzare che sete, pizzi e materiali così preziosi possano essere realizzati con materie rigenerate ed ecosostenibili.

Neanche a dirsi, mi sono resa protagonista di questa “chiamata al contributo ecosostenibile”, ed ho acquistato un indumento della maglieria basic, una canottiera strech dalle spalline sottili, che è disponibile in diversi colori. Si tratta di un capo che, oltre ad essere morbido e comodo, risulta anche elegante e raffinato: queste sono le qualità per le quali Intimissimi mi ha conquistata alla dimensione ecosostenibile, proprio dove Greta Thunberg non era riuscita.

ELISABETTA FRANCHI E BRUNELLO CUCINELLI: SFILA L’AMICIZIA

Milano Fashion Week F/W 2020

Sabato scorso, in una Milano ancora vivace e spensierata, qualche ora prima che scoppiasse l’apocalisse del Corona Virus, si è svolta presso la Scuola Militare Teuliè la sfilata della casa di moda Elisabetta Franchi.

Elisabetta, una donna straordinaria che, partita giovanissima da una gavetta nel pronto moda, è arrivata a dare vita nel 1998, grazie alla determinazione e al talento, ad un marchio tutto suo, conosciuto con il nome di Celyn B, cresciuto nel corso degli anni fino a divenire l’attuale brand Elisabetta Franchi, che ha chiuso il 2018 con un fatturato di circa 118 milioni di euro.

È la sua incredibile personalità a spaccare: è una persona vera, diretta, divina e al tempo stesso alla portata di tutti, che grazie all’utilizzo dei social riesce a far sentire i suoi 2 milioni di follower parte della sua straordinaria vita.

 

Tantissimi gli invitati alla sua sfilata Fall/Winter 2020, molti dei quali persone famose: erano presenti in prima linea, la gran parte brandizzate, show girl della portata di Simona Ventura, Elisabetta Gregoraci, Wanda Nara, Federica Panicucci, Laura Chiatti, Cecilia Rogriduez, Sabrina Salerno, e tante altre.

L’attesa è stata dalla sottoscritta dedicata per la gran parte ad osservare queste vip, che tra flash dei fotografi, interviste ai giornalisti, selfie coi propri devices, bramavano la scena, attestando la propria preziosa presenza.

Poi è successa una cosa particolare: in disparte rispetto allo sfavillare delle vip, ho notato un uomo elegantissimo che inizialmente mi ha solo incuriosito per l’atteggiamento sofisticato e al contempo umile, ma che poi ho con velocità riconosciuto nel mitico Brunello Cucinelli, uno dei più grandi imprenditori italiani nel settore della moda (si pensi che ha chiuso il 2018 con ricavi netti pari a 553 milioni di Euro). La sua presenza mi ha lasciata stupita, perché non mi aspettavo che stilisti di tale fama assistessero alle sfilate dei propri “competitors.

Come da copione, in un ambiente che di colpo ha preso vita con l’accensione delle luci e con l’attacco di una musica di impatto vibrante, la sfilata ha avuto inizio. Modelle bellissime hanno portato in scena, con portamento deciso ed impattante, una collezione dai colori cipria, tenui ed uniformi, caratterizzata da capi eleganti e luminosi, di gran lunga più sofisticati rispetto alle collezioni passate. Un successo inaudito per Elisabetta Franchi, riconosciuto dal tripudio col quale è stata celebrata dai presenti al termine della sfilata.

Sono rimasta indubbiamente molto colpita dalla bellezza di questi capi, ma il particolare che più di ogni altro mi ha affascinata è stato lui: Brunello Cucinelli. Questo grande stilista, seduto tra il pubblico come uno dei tanti, ha osservato con sincero interesse ogni uscita, ogni singolo capo ed ogni azzeccato abbinamento.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di poter sentire, dalle sue parole, il motivo della sua presenza: “Io ed Elisabetta siamo amici e mi fa piacere essere qui, perché è bello potersi aiutare a vicenda”. Le ha pronunciate bisbigliandole, con tangibile emozione, con la genuina sincerità che è solo dei grandi.

Questa significativa attestazione di amicizia e di sincera stima tra due grandi imprenditori, in un settore così competitivo quale quello della moda, mi ha riempito il cuore.

Siamo tutti quanti così contagiati dalle cattiverie e dalle maldicenze della società odierna, che a volte ci dimentichiamo di quanto possa fare bene il sostegno e la vicinanza del nostro prossimo. E quanto sarebbe bello se, in tutti gli ambienti, lavorativi e non, fosse più usuale un’attitudine al bene piuttosto che al male.

Quello che è certo è che alla sottoscritta, spettatrice casuale della sfilata in questione, questa dimostrazione di genuina amicizia tra due grandi nomi della moda ha suscitato un’emozione tanto inaspettata quanto memorabile.

PAUSE PRANZO VELOCI E DI QUALITA’

Dispensa Emilia non delude il cliente esigente

Lavoro in Provincia di Milano e, in linea con i vicini Milanesi Imbruttiti, sono molto esigente riguardo alle mie pause pranzo, che necessitano di due prerogative imprescindibili: la velocità e la qualità del cibo.

Per questo motivo, mi piace parlarvi di un brand che mi appassiona da tempo, Dispensa Emilia, dove il pranzo si rivela, e si conferma ogni volta, un’esperienza entusiasmante.

Fondata nel 2004 a Modena e cresciuta rapidamente con la media di una nuova apertura all’anno, si caratterizza per aver messo al centro della sua proposta gastronomica la tradizione emiliana, ed in particolare le tigelle (dischi di pane sottile, tipici dell’Appennino Emiliano, farciti con salumi, formaggi e verdure di stagione), le tagliatelle al ragù e le insalate, il tutto accompagnato da un ottimo bicchiere di vino tipicamente emiliano, il Lambrusco. Nel Luglio 2018, il Gruppo Investindustrial ne ha acquisito il 70% delle quote, mettendo in atto un ambizioso piano di investimento.

Quali sono i segreti di questo successo? Essenzialmente due, a dire del fondatore Alfiero Fucelli: “la qualità dei prodotti e la rapidità del servizio”. E certo, io sono la prova della veridicità della sua affermazione, perché proprio queste due specifiche qualità mi hanno conquistata.

Il format di Dispensa Emilia è quello di ristoranti per la gran parte collocati in corner all’interno di prestigiosi centri commerciali, allestiti con arredamento minimale che riesce a risultare accogliente pur nella sua linearità e semplicità.

Il servizio è encomiabile, con addetti veloci, gentili e preparati, e il cibo è superlativo, con piatti genuini, sani e gustosi. Il tutto a prezzi davvero contenuti rispetto non solo alla qualità dei cibi, ma anche del servizio.

Su tutto, poi, vince il clima che si respira e che pervade l’ambiente. Non so spiegare esattamente cosa contribuisca a renderlo tale, ma certamente penso ai colori vivaci dell’arredamento e dei cibi esposti, così come all’allegria del personale che accoglie, accompagna ai tavoli e serve con sorrisi genuini ed empatici, e, perché no, anche allo spirito positivo della clientela che si trova lì in un momento di svago all’interno del centro commerciale.

Certo è che, tutti questi elementi consentono a chi entra da Dispensa Emilia di percepire una piacevole sensazione, che lo contagerà permeandolo di allegria e leggerezza.

Ho letto che il locale più performante di Dispensa Emilia in termini di fatturato è quello di Arese, proprio quello che frequento io quasi quotidianamente nella pausa pranzo: insomma, sono una cliente entusiasta non solo del brand, ma anche dei risultati che lei stessa ha contribuito a fargli ottenere!

MOBILE BANKING

Il caso REVOLUT

Ma quanta soddisfazione si prova nel pagare alla cassa di un ristorante o di un qualsiasi esercizio commerciale, semplicemente appoggiando con destrezza il cellulare sul Pos?

Fino a pochi anni fa non avremmo potuto immaginare che il nostro approccio con i servizi – quale ad esempio il pagamento alla cassa – si sarebbe innovato così rapidamente.

Parliamo di Tecnofinanza, in inglese FinTech, o Financial Technology, una nuova industria finanziaria che offre servizi attraverso le nuove tecnologie digitali. I servizi a cui può applicarsi la Tecnofinanza sono tutti quelli della finanza tradizionale, dai pagamenti all’intermediazione finanziaria, fino alla gestione del rischio finanziario e alle valute elettroniche. La tendenza di crescita di questo settore è esponenziale. In Italia, il 25% della popolazione tra i 18 e i 74 anni ha utilizzato almeno una volta un servizio FinTech.

Sono migliaia le start up che hanno sfruttato la tecnologia per inserirsi in un mercato, quello finanziario, tradizionalmente difficile da penetrare: il vantaggio di queste nuove aziende rispetto a quelle già esistenti è rappresentato dalla velocità, dall’agilità e dalla riduzione dei costi con cui riescono a proporre l’innovazione.

Tra queste, primeggia Revolut, una società di tecnologia finanziaria con sede nel Regno Unito che offre servizi bancari, tra cui una carta di credito prepagata e diversi altri servizi di pagamenti. Tra le banche mobili sul mercato, ossia quelle che consentono ai propri clienti di effettuare transazioni finanziarie in remoto utilizzando un dispositivo mobile come uno smartphone o un tablet, è in vetta insieme a competitor quali N26, Monese, Payoneer.

In una recente intervista, il fondatore di Revolut, Nik Storonsky, 35 anni, ha dichiarato che i profitti delle banche storiche sono destinati a calare, prevedendo che solo le più grandi sopravviveranno.

Ed è difficile non credergli, tenuto conto dei sorprendenti successi della sua creatura: nata 4 anni fa, ha raccolto oltre 8 milioni di clienti, di cui 300mila in Italia, con la previsione di arrivare solo nel nostro Paese a un milione per il 2020 e a 5 milioni in cinque anni. Storonsky ha dichiarato una vera e propria guerra alle banche tradizionali, considerate ree di essersi arricchite impoverendo i clienti. “Prima le banche ridevano di noi, poi hanno cercato di copiarci. E alla fine si sono rese conto che non riescono a farlo perché i loro processi sono troppo lunghi”. L’ambizione di questo giovane imprenditore è ammirevole: la sua intuizione è stata quella di scommettere sulla quantità delle transazioni riducendone drasticamente i costi per l’utente finale. Ha puntato, con risultati sorprendenti, sulla trasparenza, mostrando a milioni di clienti quanti soldi spendevano con le banche tradizionali in commissioni su servizi che pensavano gratuiti.

L’obbiettivo dichiarato è quello di rivoluzionare il mercato per mettere il cliente sempre al centro.

Viene proprio da pensare che questo obbiettivo, individuato dal fondatore di Revolut quale la chiave del suo successo, sia la stella polare da seguire affinché un’iniziativa imprenditoriale ottenga risultati eclatanti in ogni settore: infatti, non solo nell’ambito del retail, come abbiamo avuto modo di appurare in tanti casi, ma anche in quello finanziario, i clienti confermano di premiare chi sceglie di metterli al centro. Sempre.

MADE WITH CARE, WORN WITHOUT

Fatte con cura, indossate senza: è uno stile di vita (irresistibile) quello a cui invita Adidas con le sue nuove sneakers

Incomprensibili condizionamenti

Il fenomeno del condizionamento pubblicitario mi ha sempre lasciata sgomenta. Credo sia capitato a tutti di vedere pubblicizzato un nuovo modello di scarpe, piuttosto che una nuova linea di un capo di abbigliamento, e di pensare: “Non mi piace questa nuova moda, io questo modello non lo comprerò mai!”. Poi, però, succede di frequente che si concretizzi un meccanismo inaspettato: quel determinato capo o modello di nuova tendenza capita sempre più spesso sotto i nostri occhi e, mentre all’inizio non era di nostro gusto, giorno dopo giorno, reclamizzato nelle pubblicità, indossato da un numero sempre maggiore di persone, conoscenti e non, sponsorizzato sui social, pian piano inizia a suscitare il nostro interesse. Fino a che non ammettiamo che in effetti non è male. Poi, trascorso ancora qualche tempo, capitoliamo sul fatto che ci piace da morire e ci decidiamo ad acquistarlo. E poi, quando la decisione è presa, se non riusciamo ad averlo nel giro di breve diventiamo matti!

A me la dinamica appena descritta è capitata diverse volte, ma quella accadutami qualche giorno fa a New York ha avuto uno svolgimento temporale fulmineo: neanche 24 ore!

L’esperienza nello store Adidas

Il mio albergo si trovava a pochi metri dallo Store della Adidas in Fifth Avenue. Pur non essendo nei miei piani, dunque, sono capitata lì per caso, complice la vicinanza.

Appena varcata la soglia, mi ha colpito subito l’esagerazione con la quale veniva proposto un nuovo modello di sneakers, le “Supercourt”, che a Milano non mi era ancora capitato di vedere né pubblicizzato e né, tanto meno, indossato.

 

 

 

 

 

 

 

Il piano terra, in concomitanza con l’ingresso, era in predominanza dedicato a questo particolare modello. Decine di paia della stessa scarpa si trovavano collocate su numerosi scaffali e in diverse posizioni: tutte uguali, in pelle bianca con i profili in nabuk beige.

Le ho guardate con attenzione, anche perché non si poteva certo mancare di osservarle tanto erano invadenti nella loro presenza! Ho pensato: “A me non piacciono proprio, non le prenderei mai” e mi sono chiesta: “Ma come è possibile che qui a New York vada così di moda questo modello?”

Sono uscita dal negozio nella ferma convinzione che non vi avrei più fatto ritorno. Ma il tarlo si era insinuato.

La scoperta della promessa

La sera, in hotel, curiosando su Google, sono andata ad esaminare, per curiosità, il sito della Adidas. In primo piano, la nuova collezione “Home of Classics” che, da una parte, rivisita nella colorazione predominante del bianco e del beige i modelli più classici e conosciuti del brand (i must have come le Superstar, le Stan Smith – clicca qui,) e, dall’altra, lancia una nuova creazione, le “Supercourt”. Slogan della nuova collezione è: “Made with care, worn without”, per sottolineare che queste sneakers non debbono essere lasciate intonse, ma vanno vissute, e quindi sporcate. Davvero incisivo, perché mentre lo leggi ti viene voglia di comprarle anche solo per il gusto di logorarle con l’uso!

Tra i diversi modelli di scarpe proposti, ho individuato facilmente quello che anche lo Store da me visitato aveva messo in primo piano, il modello principale della collezione, le “Supercourt”: queste sneakers, con la loro linea un po’ retrò, rielaborano il design pulito delle classiche scarpe da tennis in uno stile moderno, reso irresistibile dai profili in nabuk. Anche in questo modello, come in tutti quelli dell’Adidas, non mancano le tre strisce parallele e disposte in modo obliquo che, quale segno distintivo del marchio, compaiono da sempre nei loghi dell’azienda che si sono susseguiti nel tempo.

Il “trifoglio”, dal 1972 al 1997, poi Logo di Adidas Originals

 

 

Logo creato nel 1949

 

 

 

Logo attuale, dal 1991

Nel caso delle “Supercourt”, le tre righe sono state create ai lati della scarpa con piccoli fori, e ciò non solo quale segno distintivo, ma anche per garantire traspirabilità ai piedi. Questa è la promessa dell’azienda, insieme a quella della qualità della pelle utilizzata, nonché della suola in morbida gomma.

La scoperta delle origini

Leggendo qua e là, ho colto l’occasione per approfondire l’interessante storia della nascita di questo brand, che ha origini molto lontane, risalenti al 1924. In quell’anno, un certo Adolf Dassler, figlio di un calzolaio, aveva cominciato a produrre scarpe da calcio nella lavanderia della madre, in una cittadina della Baviera. Quello stesso anno, insieme al fratello Rudolf, fondarono la Fabbrica di Scarpe dei Fratelli Dassler, che ottenne subito un gran successo. Nel 1947, poi, a causa di dissapori, i due fratelli si divisero: Rudolf fondò una sua azienda, che chiamò inizialmente “Ruda” (da RUdolf DAssler), oggi nota come Puma; Adolf, invece, chiamò la sua azienda “Adidas” (da ADI – il suo soprannome – e DASsler).

L’escalation del colosso tedesco Adidas, che dalla produzione delle originarie scarpe da tennis si è prima estesa alle calzature per una vasta gamma di sport e poi ampliata alle divise da gioco e, più in generale, a tutto l’abbigliamento e agli accessori sportivi anche per il tempo libero, è fatto notorio.

Nel mondo del calcio, Adidas “la fa da padrone”: è fornitore dei palloni utilizzati nei campionati mondiali di calcio, è sponsor di molte squadre importanti (Juventus, Real Madrid, Bayern Monaco, Arsenal, per citarne alcune) e di diverse nazionali (Argentina, Germania, Spagna, Giappone), ha contratti di sponsorizzazione con alcuni tra i più famosi e pagati calciatori del mondo. E’ anche il maggiore produttore di abbigliamento sportivo in Europa ed il secondo nel mondo. Con un fatturato sempre in crescita che, nel 2018, ammontava a 21,92 miliardi di Euro.

Dall’ottobre 2016, la guida dell’azienda è stata assunta dal danese Kasper Rorsted, il quale ha da subito puntato con successo su un forte investimento negli Stati Uniti, sull’aumento delle percentuali di vendita dell’online e sulla semplificazione delle procedure. Recentemente, si è detto molto soddisfatto dei risultati dell’ultimo trimestre; ed infatti, ha annunciato che nel corso dell’anno i ricavi sono aumentati del 9% in termini di euro, spingendosi ad affermare che il 2019 sarà un anno record per l’azienda.

Beh, questa notizia ha avuto un effetto dirompente sulla sottoscritta: non sarei di certo potuta essere io a disilludere le aspettative di crescita del brillante CEO dell’azienda!

L’epilogo

E così, la mattina dopo, ormai appassionata delle sneakers modello Supercourt della Adidas (che conoscevo da poche ore, ma che avevo la sensazione di conoscere da una vita), mi sono recata nel vicino Store per andare a provare il prodotto, certa della qualità promessa sul sito.

All’ingresso, il GLUE (clicca qui) decisivo: un simpatico ragazzo mi ha consegnato un buono che mi avrebbe garantito uno sconto fino a 90 dollari!! Mi ha spiegato che andava grattato un quadrato e sotto sarebbe comparso il numero della sorte. Mi si sono illuminati gli occhi. Ho pensato fosse un segno del destino: considerato che le Supercourt costavano 90 dollari, avrei potuto averle gratis!

La sorte, invece, ha scelto per me uno sconto più contenuto, di 20 dollari, che mi sono comunque sembrati una grande fortuna in quanto superiori a 0 e a 10 dollari. A questo punto non mi sentivo di disilludere né il CEO Rorsted con le sue apprezzabili aspettative di ricavi e né tanto meno l’azienda che mi aveva offerto quello sconto!

Mi sono recata al piano di sotto, nel reparto donna, dove ho provato le ormai bramate Supercourt, trovandole effettivamente morbide, comode e bellissime!

Il risultato di una promessa ben fatta

Chi lo avrebbe mai detto che mi sarei potuta entusiasmare così velocemente per un modello di scarpe che solo poche ore prima non avevo trovato di mio gusto?

Sicuramente mi hanno influenzato diversi fattori: la rilevanza data a quel modello nel negozio, il fatto che andassero di moda a New York prima ancora che a Milano, la storia che ho letto sul sito circa la nascita e l’evoluzione del brand, la descrizione della nuova collezione e soprattutto quella del modello Supercourt, il richiamo ai classici della Adidas.

Ma, su tutto, ciò che mi ha fatto “crollare” non è stato il prodotto in sé, ma la promessa che Adidas mi ha fatto. Mi sono fatta letteralmente catturare dallo storytelling sul sito: la promessa di una scarpa morbida e comoda, che va vissuta ogni giorno, fino a che non si rovini perché logorata dall’uso, mi ha creato un desiderio reale di volerla indossare.

E questo è il segno che la bellezza è tale quando se ne coglie il significato grazie alla promessa dell’esperienza che viene fatta.

Adidas è riuscita, con la sua promessa, a trasformarmi da cliente indifferente a cliente entusiasta nel giro di poche ore… complimenti!

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