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Genio Collettivo

IL PRIMO FOLLOWER

È il primo, autentico ed entusiasta follower che fa diventare leader… il leader!

Qualsiasi “teoria” o modello di leadership proposto a gruppi aziendali, sportivi o sociali che siano, risentono – ovviamente – dell’aria che tira nella società, della cultura e dei miti che in un dato momento storico vanno per la maggiore.

Oggigiorno, per esempio, “vanno di moda” (ed io ne sono un grande estimatore) modelli di leadership valorizzativa, cioè quelli capaci davvero di valorizzare risorse tangibili e intangibili di singoli e gruppi di lavoro, piuttosto che di progetto o di team, tirando fuori il meglio dalle persone.

Forse lo studio più imponente e autorevole, in questi ultimissimi anni, è quello proposto da Linda Hill e che è documentato nel suo best seller “il Genio Collettivo” (clicca qui).

Linda e la sua equipe di Harvard hanno dimostrato come imprese di diversa dimensione, cultura, attività e dislocazione nel pianeta seguissero uno stile di leadership che si basa su milestone e mindset simili quando si tratta – proprio come oggi è necessario – di innovare in continuazione e in particolare di innovare la propria offerta ai clienti, che oramai si attaccano alle nostre imprese sempre più difficilmente e solo se entusiasti (soddisfatti non basta più).

Se è necessario innovare in continuazione, e non sporadicamente con colpi di genio di qualche persona particolarmente illuminata, occorre valorizzare la frazione di genio di cui ciascuno – più o meno consapevolmente – è portatore e creare l’ambiente e i format di partecipazione e di ingaggio adatti.

Ho però notato, anche attraversando e studiando modelli di leadership diversi e più rispondenti a epoche del passato recente e meno recente, che vive sempre una costante. La fortuna dei leader e/o dei loro modelli di leadership sta nei loro follower, in particolare del loro primo follower!

È il primo follower (parlo del primo follower autentico, quello “volontario”, non quello che lo è per contratto) infatti che riconosce il leader come tale e che conquista e fa scendere in campo tutti gli altri follower. È il primo follower che fa diventare leader…il leader : si potrebbe proprio dire che – quasi – è lui che lo crea!

“Vuoi diventare leader per davvero?”. Se sì, cercati il primo autentico follower, il follower volontario ed entusiasta “gratis”: penserà lui a molto del resto…

Se vorrai vedere il filmato qui sotto, tratto da un felice TED di Derek Sivers, vedrai proprio come, anche nella dinamica naturale dei gruppi , è il primo follower che conquista tutti.

In altre parole il primo follower è un leader, non a caso i leader che sanno creare entusiasmo e innovazione sono quelli che sanno creare altri leader (clicca qui percorso leader che creano leader).

Accenneremo anche a questo aspetto nella presentazione del percorso “Leader che creano Leader – si cresce (solo) per entusiasmo” a Savona il prossimo 30 marzo nella sede dell’Unione Industriali.

Una maldestra connotazione negativa e sminuente è spesso attribuita alla parola follower quando invece è chiaro che essi sono i veri makers indispensabili a qualsiasi progetto e la qualità di essi ne determina il successo o la sconfitta.

Secondo Kelley, il leader incide solo per il 15 % sui risultati, mentre il 75% dipende dai follower. Quindi, più che uno che segue, il follower è uno che “dà seguito”!

ARCHITETTI SOCIALI VS SOCIAL

Come costruire una community per clienti e dipendenti

Linda Hill e i suoi ricercatori hanno messo in evidenza (genio collettivo, clicca qui) che le aziende che sanno innovare in continuazione devono questa caratteristica vincente a dei leader che sono “architetti sociali”. Leader cioè che sono costruttori di comunità: in particolare, sanno far crescere nelle loro organizzazioni comunità desiderose di innovare e capaci di farlo!

Chi (ed ora sono moltissimi!) deve (ri)innovare la propria offerta portando innovazione e nuovo valore al cliente (e non solo ai processi interni) presto si accorge che “la comunità” da tirare su nella propria impresa deve essere una comunità di dipendenti e clienti insieme.

I “noi” dell’azienda e “voi” clienti non funziona per chi ha la necessità di immedesimarsi col cliente, vivere la “sua” vita, cogliere con tempestività l’emergere di nuove declinazioni di bisogni e desideri per reagire prontamente e non rincorrere.

Ecco allora il desiderio di creare una comunità o “community” dipendenti – clienti tutti insieme: anche per permettere ad ogni parte dell’azienda di comprendere “in diretta” il proprio possibile contributo all’innovazione. È qui che la modalità social ci trae in inganno! Le “community” sui social hanno la logica “leader – follower” o, se preferite, “influencer – follower”: attorno a una personalità si radunano spesso migliaia di follower dando l’illusione di aver costruito una vera e propria comunità.

Questo non è vero! Tali gruppi sono spesso “evanescenti” alla prova delle “conversioni” quando si chiede l’adesione a un prodotto piuttosto che a un evento.

Gli “architetti sociali”, al contrario, non utilizzano la logica leader – follower e non cercano quindi di “accaparrarsi” o far crescere un consenso verso se stessi… eppure costruiscono comunità solide!

Come fanno?

Gli architetti sociali hanno delle caratteristiche che spiccano fra le altre: mettono in connessione le persone fra loro e sanno mobilitare risorse nascoste o malamente utilizzate. Così, quasi senza volerlo, diventiamo leader e costruttori di comunità. Così si costruisce una comunità insieme ai clienti!

E QUINDI!?

Della differenza fra manager e imprenditore e altro…

Certamente esistono degli imprenditori-manager, ovvero degli imprenditori con capacità gestionali e anche dei manager-imprenditori, ovvero manager con spirito imprenditoriale.
Quindi tra imprenditori “puri” e manager “puri” esistono una infinità di gradazioni intermedie. Certamente nelle nostre imprese, a seconda della circostanza che ciascuno di noi si trova ad affrontare, è opportuno “attivare“ la dimensione più pertinente ad essa.
Amo in modo particolare il mindset del Genio Collettivo, ovvero la modalità di ragionare che Linda Hill e i suoi ricercatori hanno rinvenuto nelle imprese che hanno dimostrato, negli ultimi dieci anni, di saper innovare in continuazione (clicca qui).

La ragione per cui sono appassionato dei tre modi di ragionare indicati per innovare (partire dai dati, non dar niente per scontato, avere una visione d’insieme) sta nel fatto che essi dimostrano che sono necessarie, nella stessa persona (o almeno all’interno di un gruppo) entrambe le dimensioni: quella manageriale (partire dai dati e la conseguente capacità di analisi e interpretazione) e quella imprenditoriale (avere una visione d’insieme che tenga conto di tutti i fattori, sapendo cogliere quelli che indicano l’azione innovativa o risolutiva). Il “non dar niente per scontato” è la condizione stessa sia dell’analisi tipica del manager, sia dell’azione propositiva tipica dell’imprenditore.

L’analisi, la corretta definizione di quale sia “IL” problema (clicca qui) è una condizione necessaria ma non sufficiente: c’è da rispondere alla domanda – avverte Alessandro Bracci, CEO di Teddy, il colosso italiano del fast fashion – “e quindi!?”, ovvero che cosa il problema (cioè l‘ostacolo verso l’obiettivo) indica come soluzione innovativa.

E quindi !?“, Alessandro Bracci, CEO Teddy

Come a dire che, per l‘imprenditore, la definizione del problema non è corretta e non è davvero completata finché esso non mostra il lato costruibile, il punto su cui poggiare per partire verso “L’” azione che lo risolve, avvicinando “L’” obiettivo. Insomma c‘è un modo di DEFINIRE i problemi (e le opportunità) da manager e un modo di AFFRONTARLI da imprenditori: occorrono entrambi! (ed è proprio questo che “IL GENIO COLLETTIVO” assicura).

La domanda “e quindi?!” (così semplice e così “tremenda“, magari fatta dopo mesi di studio) è proprio il trait d’union fra le due dimensioni, o meglio: è la domanda dell’imprenditore che chiama all’azione costruttiva.
Per l’imprenditore un problema che non mostri il suo lato costruibile , che non chiami a una azione “geniale” non è più un problema, è un dato di fatto!
L’imprenditore ama i problemi (ci sguazza dentro, si sente sempre parte in causa, sa che sono gli ostacoli da rimuovere per raggiungere traguardi, trova in essi opportunità di progresso) e odia i dati di fatto, ovvero quel modo di definire i problemi che non lasciano via di uscita verso l’azione risolutiva e innovativa.
Ha ragione l’imprenditore: riusciamo a trattare una situazione come problema proprio perché ne presupponiamo la soluzione. Se non la presupponiamo allora, appunto, non si tratta di problema ma di un dato di fatto!

La domanda semplice e tremenda di Bracci ne sottende un’altra per tutte le nostre imprese: “Il covid-19, per le nostre imprese, è un problema o un dato di fatto?”.

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