SE IO TROVASSI UN POSTO IN QUESTO MONDO CHE MI FACESSE SENTIRE COME DA TIFFANY…

Io vado pazza per Tiffany. Specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie. Le paturnie sono orribili: è come un’improvvisa paura di non si sa che… In questi casi mi resta solo una cosa da fare. Prendere un taxi e correre da Tiffany. È un posto che mi calma subito… Quel silenzio e quell’aria solenne… Lì non può accaderti niente di brutto! Se io trovassi un posto in questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany… Comprerei i mobili e darei al gatto un nome”.

Così scopriamo la passione che Holly Golightly, la deliziosa protagonista di “Colazione da Tiffany“, il film che ha incoronato Audrey Hepburn a icona glamour di stile, ha per il famoso gioielliere newyorkese.

Come è noto ai più, Holly è una ragazza arrivata a New York dalla remota campagna statunitense. Ribelle e indipendente, per tutta la durata del film – che è la trasposizione cinematografica (molto) poco fedele dell’altrettanto famoso romanzo di Truman Capote – ribadisce di non appartenere a nessuno e di non voler possedere niente, tanto da non sentirsi nemmeno in diritto di dare un nome al suo gatto né di comprare dei mobili per arredare la propria casa.

brakfastIn realtà, Holly intuisce perfettamente che quel senso di appartenenza che tanto rifiuta e quel desiderio di libertà che tanto cerca coincidono, collimano, combaciano in quel luogo meraviglioso che è Tiffany. “Se io trovassi un posto in questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany…”

È quell’esperienza che Holly fa da Tiffany, pur non essendo neanche mai stata cliente della gioielleria (non se la può permettere!), che la fa tornare lì tutte le mattine, dopo i suoi rocamboleschi appuntamenti serali, al riparo di quelle “paturnie”, luogo ideale per iniziare una nuova giornata che, si spera, porti qualcosa di nuovo e di più bello del giorno prima.

jewellerUn posto familiare, un posto dove niente di brutto le può accadere perché è così tanto corrispondente alla sua natura, al suo desiderio e al suo bisogno di pace, di tranquillità e di libertà. Un appuntamento fisso per fare colazione, un angolo di mondo dove ripararsi perché sa che non la tradirà mai, anche se non potrà mai esserne cliente in senso stretto. Tanto che da Tiffany riuscirà addirittura a farsi fare un’incisione su un anellino trovato dentro un sacchetto di noccioline: “Un oggetto, se, non erro, non acquistato da noi…” – riflette il cortese commesso. “Ammetto che è piuttosto insolito, signora, ma vedrà che la nostra casa è molto comprensiva”.

Allora Holly capirà che essere liberi, in realtà, è saper appartenere.

Questo è il senso della Customer Experience. Della Customer Experience che il brand deve essere in grado di proporre e della Customer Experience che il cliente si aspetta: un riconoscersi l’un l’altro, una corrispondenza, un appartenersi che lascia liberi.

“Se io trovassi un posto in questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany… Comprerei i mobili e darei al gatto un nome”.

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