QUANDO L’ACQUISTO (NON) SI FA IN CAMERINO – 2

Un cliente che entra in camerino per provarsi un capo sarà poi più propenso all’acquisto”, così titolavamo (clicca qui) a supporto dell’assunto di Marge Laney (CEO di Alert Tech) sui fattori che influenzano – nel retail – il tasso di conversione dell’acquisto.

D’altro canto, nelle varie tappe che il cliente affronta nel suo viaggio con il brand prescelto (clicca qui), la tappa nella quale si conosce meno il cliente e si hanno meno sue notizie “tracciabili” – specie nel settore moda/abbigliamento – è proprio quella relativa all’esperienza che il cliente vive quando utilizza, ovvero indossa, quello che ha comprato.

È molto difficile avere notizie su questa tappa del viaggio del cliente perché davvero “esce” dalla vista del brand e, solo raramente, vi rientra spontaneamente, attraverso i social, per raccontare la sua esperienza.

Un aiuto per una soluzione ai problemi relativi all’esperienza di “usa-indossa”, ovvero la “vestibilità” (che, infondo, è il terribile giudizio di amici e fidanzati: “ti sta male”, “ti sta bene”), ci viene proprio dal camerino.

Infatti, quando i capi vengono lasciati in camerino, quindi non vengono acquistati, non si tratta di una questione di “gusto”, perché, se arrivano fino a lì, di per sé, sono già stati “preferiti” e “scelti”. Quindi, se non hanno problemi di taglia, spesso hanno problemi di vestibilità.

Ecco perché i retailer più avveduti invitano i clienti a lasciare in camerino i capi che non intendono acquistare senza “scomodarsi” a restituirli al personale.

A fine settimana, facendo l’analisi del “lasciato in camerino” (ovvero del “preferito ma non scelto”) avrete osservazioni da fare assai interessanti…

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